lunedì 27 maggio 2024

LETTERA A CANGRANDE

 







In riferimento ad uno 


e più Dialoghi... 





Dice Aristotele nel secondo libro della Metafisica che…

 

‘come una cosa si pone rispetto all’essere, così si pone rispetto alla verità’

 

…il significato che la verità di una cosa, contenuta nella verità come nel suo soggetto, risiede nella somiglianza perfetta di una cosa con il suo essere.

 

Delle cose che esistono, tuttavia, alcune sono tali da contenere in sé l’essere assoluto; in altre, invece, l’essere dipende da un’altra cosa con cui sta in relazione, come essere nello stesso tempo e relazionarsi ad altro; come il padre e il figlio, il signore e il servo, il doppio e la metà, il tutto e la parte, e simili, in quanto tali.

 

Dal momento che l’essere di tali cose dipende da altro, ne deriva che anche la verità di esse dipende da altro: se si ignora la metà, infatti, non si può mai conoscere il doppio, e così tutto il resto.

 

Pertanto, quando si vuole fornire un’introduzione esplicativa su una parte di un’opera di uno scrittore, occorre fornire qualche notizia della produzione integrale di cui essa, un segmento. Per cui anch’io, intenzionato a offrire qualche spunto, in qualità di introduzione, riguardo alla Cantica sopracitata della Commedia, ho ritenuto di dover premettere qualche informazione riguardo all’intera opera, affinché risulti più facile e completo l’approccio alla parte.




Dunque, sono sei gli aspetti da considerare, quando ci si accosta a qualunque opera dottrinale: il soggetto, l’autore, la forma espositiva, l’obiettivo, il titolo del libro e il genere della sua dottrina. Di queste, tre sono tali da variare in quell’aspetto che ho deciso di dedicare a voi, ossia nel soggetto, nella forma e nel titolo; negli altri aspetti, per la verità, non c’è variazione, come risulta evidente a chi l’esamini. Così nell’indagine sulla totalità, queste tre parti vanno considerate ‘in sé’: in tal modo sarà aperta la via all’introduzione. Successivamente analizzeremo le altre tre parti, non solo in rapporto alla globalità dell’opera, ma anche in riferimento alla sezione qui offerta.

 

Per chiarire quanto stiamo per dire, occorre sapere che non è uno solo il senso di quest’opera: anzi, essa può essere definita ‘polisensa’, ossia dotata di più significati. Infatti, il primo significato è quello ricavato da una lettura alla lettera; un altro è prodotto da una lettura che va al significato profondo. Il primo si definisce significato letterale, il secondo, di tipo allegorico, morale oppure anagogico. E tale modo di procedere, perché risulti più chiaro, può essere analizzato da questi versi:

 

‘Durante l’esodo di Israele dall’Egitto, la casa di Giacobbe si staccò da un popolo straniero, la Giudea divenne un santuario e Israele il suo dominio’.




Se osserviamo solamente il significato letterale, questi versi appaiono riferiti all’esodo del popolo di Israele dall’Egitto, al tempo di Mosè; ma se osserviamo il significato allegorico, il significato si sposta sulla nostra redenzione ad opera di Cristo. Se guardiamo al senso morale, cogliamo la conversione dell’anima dal lutto miserabile del peccato alla Grazia; il senso anagogico indica, infine, la liberazione dell’anima santa dalla servitù di questa corruzione terrena, verso la libertà della gloria eterna.

 

E benché questi significati mistici siano chiamati con denominazioni diverse, in generale tutti possono essere chiamati allegorici, perché sono traslati dal senso letterale o narrativo. Infatti allegoria viene ricavata dal greco alleon che, in latino, si pronuncia alienum, vale a dire diverso.

 

Alla luce di queste considerazioni, è evidente che occorrono due soggetti, intorno ai quali corrano i due sensi. E perciò bisogna fare attenzione, in riferimento al soggetto di quest’opera, dapprima che venga colto in senso letterale e successivamente che quel medesimo soggetto sia colto in senso allegorico.




Preso solo nel suo senso letterale, dunque, il soggetto dell’intera Commedia riguarda semplicemente la condizione delle anime dopo la morte; infatti, l’opera tutta procede muovendosi attorno a questo tema. Se, in verità, si scava nel senso allegorico, il soggetto diventa nell’uomo che, meritando o non meritando, alla luce del libero arbitrio, è gratificato dal premio o dannato al giusto castigo.

 

La forma, a sua volta, è duplice: la forma del trattato e la forma da trattare. La forma del trattato è triplice, secondo una triplice divisione. La prima divisione è quella per cui tutta la Commedia viene scandita in tre Cantiche; la seconda è quella per cui ogni Cantica si divide in canti; la terza è quella per cui ogni canto si divide in versi. La forma concepita come modo del trattare è poetica, inventiva, descrittiva, digressiva, transuntiva e insieme definitiva, divisiva, probativa, reprobativa ed esemplificativa.




Il titolo del libro è ‘Inizia la Commedia di Dante Alighieri, fiorentino di nascita, non di costumi’. A chiarimento di ciò dobbiamo sapere che commedia deriva da ‘comos’, ‘villaggio’, e ‘oda’, cioè ‘canto’: da qui commedia quasi ‘canto villereccio’. La commedia è un genere di narrazione poetica che differisce da tutti gli altri. Differisce dalla tragedia riguardo al contenuto: infatti la tragedia all’inizio suscita un sentimento di quieta ammirazione, ma nella conclusione è rivoltante e terrificante; è definita così perché deriva da ‘tragos’, che è il ‘capro’ e ‘oda’, come se si trattasse di un ‘canto del capro’. 

 

Ossia disgustoso e maleodorante appunto come un capro, come appare palese nelle tragedie di Seneca. La commedia, poi, propone all’inizio le difficoltà di un evento, ma lo sviluppo di questo approda a un esito felice, come si palesa nelle commedie di Terenzio. Da qui alcuni scrittori hanno preso l’abitudine di usare, nei loro saluti, invece di ‘salve’, l’espressione ‘tragico principio e comico finale’.




Allo stesso modo i due generi differiscono nell’espressione: alata e sublime è la tragedia, dimessa e umile la commedia, come afferma Orazio nella sua Arte poetica, dove consente talvolta ai comici di esprimersi come i tragici e viceversa: Talvolta, però, anche la commedia solleva lo stile, e Cremete, irato, disputa con ampolloso linguaggio; e spesso si dolgono con parole dimesse i tragici Telefo e Peleo... E per questo appare chiara la ragione per cui quest’opera si intitola Commedia.

 

Infatti, se guardiamo al contenuto, inizialmente orribile e ripugnante, poiché descrive l’Inferno, alla fine appare positiva, desiderabile e gradevole, perché illustra il Paradiso; quanto all’espressione, viene impiegato un linguaggio misurato e umile, in quanto usa la lingua volgare in cui si esprimono le donnette. Ma vi sono anche altri generi di narrazioni poetiche, come il carme bucolico, l’elegia, la satira e il canto votivo, come Orazio spiega nella sua Arte poetica; ma, in questo contesto, non è opportuno parlare al riguardo.




A questo punto può risultare chiaro in che modo si debba determinare il soggetto della Cantica donata. Infatti, se il soggetto dell’intera opera, colta nel suo senso letterale, consiste nella condizione della anime dopo la morte, non limitato ma accolto nella sua semplicità, è manifesto che in questa cantica tale situazione sia il soggetto, ma solo per quanto riguarda la condizione delle anime beate. E se il soggetto dell’intera Commedia, intesa in senso allegorico, consiste nell’uomo che, alla luce del libero arbitrio, merita di essere premiato o punito dalla Giustizia divina, è chiaro che in questa parte questo soggetto viene determinato e consiste nell’uomo che merita il premio assegnato dalla Giustizia divina.

 

Si definisce in questo modo la forma della Cantica, attraverso la forma della Commedia tutta. Infatti, se la forma del trattato è triplice, in questa parte è soltanto duplice: infatti, il Paradiso si divide in canti e in versi. Non può contenere la prima divisione, perché essa stessa è il risultato di questa scansione. Anche il titolo non richiede troppe spiegazioni: infatti, titolo dell’intera opera è Inizia la Commedia... ecc., come dissi prima. Ne deriva che il titolo di questa parte è Comincia la terza cantica della Commedia di Dante ecc..., che si chiama Paradiso.




Analizzati i tre elementi per i quali la parte varia rispetto all’opera nel suo insieme, occorre parlare di quegli altri tre nei quali non esiste alcuna variazione rispetto alla totalità. L’autore della Cantica è il medesimo che ha scritto il tutto. L’obiettivo dell’opera e della Cantica potrebbe essere molteplice, ossia riguardare la realtà immediata e quella futura; ma, tralasciando ogni sottigliezza, per parlare brevemente, l’obiettivo della Commedia e di questa cantica consiste nell’allontanare i viventi, durante la loro esistenza, dallo stato di miseria spirituale, per condurli alla salvezza.

 

La branca della filosofia, sotto la quale procedono l’opera e questa parte, è quella della morale, ossia l’etica; infatti l’opera tutta, e questa parte, non è finalizzata alla speculazione del pensiero, bensì a un risultato concreto. Infatti se in qualche brano o in qualche passaggio il linguaggio si fa simile a quello della filosofia speculativa, questo avviene non in virtù di un fine speculativo, ma per necessità intrinseche all’opera stessa. Infatti, come dice il Filosofo nel secondo libro della Metafisica, ‘su qualcosa e su momenti particolari talvolta i pensatori pragmatici speculano’.




Fatte tali premesse, dobbiamo passare all’esposizione del significato letterale, attraverso qualche ‘assaggio’, e anticipare che l’esposizione letterale non è altro che la manifestazione della forma dell’opera. Questa parte, o terza Cantica, intitolata Paradiso, si divide principalmente in due parti, cioè il Prologo e la parte esecutiva. La seconda parte comincia così: ‘Sorge ai mortali per diverse foci...’

 

Della prima parte occorre sapere che, per quanto possa chiamarsi Esordio, nel linguaggio comune, se vogliamo esprimerci con proprietà non può essere definito altro che Prologo. Questo sembra voler suggerire il Filosofo (Aristotele) nel terzo libro della Retorica, laddove dice che ‘il proemio è l’inizio nell’orazione retorica, così come il prologo lo della poesia e il preludio del brano musicale’. Si deve anche premettere che tale introduzione, che potremmo comunemente definire esordio, viene effettuata diversamente dai poeti e dai retori.




Infatti i Retori hanno permesso che le future affermazioni venissero pregustate per accattivarsi l’attenzione dell’uditorio; i poeti non soltanto fanno ciò, ma, dopo, aggiungono un’invocazione. E questo conviene loro perché necessitano di un’ampia invocazione, poiché tocca loro chiedere agli esseri superiori qualcosa che va oltre la misura d’uomo, una sorta di dono divino.

 

Dunque questo prologo si divide in due parti, perché nella prima viene anticipata la materia della Cantica, nella seonda viene invocato Apollo. E la seconda parte comincia così: ‘O buon Apollo, all’ultima fatica...’.  Quanto alla prima parte va notato che tre sono i requisiti di un buon esordio, come dice Marco Tullio Cicerone nella Nuova Retorica: la capacità di rendere benevolo, attento e docile il lettore; e ciò soprattutto in un genere straordinario, come dice Tullio medesimo. Essendo straordinaria la materia trattata dalla presente opera, riconducibile, pertanto, al genere straordinario, nell’esordio si cerca di ottenere questi tre risultati.




Infatti afferma che illustrerà ciò che l’autore ha visto nel primo cielo e ha conservato nella memoria. In tale affermazione sono contenuti tutti e tre quei requisiti: la benevolenza deriva dall’utilità di quanto si narra, l’attenzione dalla natura straordinaria della materia narrata, la docilità dal fatto che sia una narrazione plausibile. Suggerisce l’utilità quando dice che illustrerà ciò che più attrae l’uomo, ossia il gaudio del Paradiso; stimola l’attenzione quando promette che dirà cose alte e sublimi, come le condizioni del regno celeste. Mostra la plausibilità quando ribadisce che racconterà ciò che la mente ha potuto trattenere.

 

Confermata dunque la positività e la perfezione della prima parte del prologo, si proceda alla lettera. Afferma, dunque, che ‘la gloria del primo Motore’, che è Dio, ‘in ogni parte dell’universo risplende’, ma in modo che ‘in alcune parti di più, in altre di meno’. Il fatto che risplenda ovunque è chiaro alla luce della ragione e dell’autorità. La ragione così: Tutto ciò che è, o deriva da sé o da altro; ma si sa che derivare da sé non è possibile se non a uno solo, cioè al primo essere ossia al principio, che è Dio.




Infatti avere l’essere non significa che sia necessario per se stesso ed essere necessariamente per se stessi non compete che a uno solo, cioè al primo e al principio, che è causa del tutto; pertanto tutto ciò che esiste, tranne quell’uno stesso, deriva da altro. Se dunque si accetta non una cosa qualunque, ma la realtà ultima dell’universo, è manifesto che essa riceve l’essere da un altro; e ciò che gliela dà, la riceve a sua volta o da sé o da altro.

 

Se riceve l’essere da sé è il primo, se da altro, anche in ciò similmente o da sé o da altro. E poiché questo processo può continuare all’infinito rispetto alle cause agenti, come si dimostra nel secondo libro della Metafisica, si arriverà alla prima causa che è Dio, e così, o attraverso mediazioni, o immediatamente, tutto ciò che esiste deriva da lui.

 

Infatti la causa seconda riceve dal primo, influisce sopra l’effetto in misura di quel che riceve dal primo, come ciò che riceve un raggio e lo riflette: per questo la causa prima è maggiormente causa. Questo viene trattato nel libro Delle Cause: ‘ogni causa primaria influisce maggiormente sopra il suo effetto di una causa universale seconda’.

 

Questo per quanto riguarda l’essere.




Quanto poi all’essenza, ragiono in questi termini: Ogni essenza, tranne la prima, ha una sua causa. Diversamente, sarebbero numerose le cose che esisterebbero per sé: impossibile. Ogni effetto è prodotto o dalla natura o dall’intelletto: quello che è prodotto dalla natura è causato, per conseguenza, dall’intelletto, perché la natura è opera dell’intelligenza; ogni effetto è frutto, quindi, di un intelletto, o per mediazione o immediatamente.

 

Dal momento che la virtù segue l’essenza di cui è virtù, se l’essenza è intellettiva, è tutta e di quella sola che causa. E così, come in precedenza si giungeva alla causa primaria dell’essere stesso, così ora si perviene alla causa primaria dell’essenza e della virtù. Per ciò è chiaro che ogni essenza e virtù procedono dalla prima e le intelligenze inferiori le ricevono come se irradiassero da un centro, e restituissero questi raggi ricevuti da una realtà superiore a una realtà inferiore, come uno specchio.




A questo sembra accennare abbastanza chiaramente Dionigi nell’opera ‘Le gerarchie celesti’. E per questo si dice, nel libro Delle Cause che ‘ogni intelligenza è satura di forme’. Si chiarisce quindi in che modo la ragione riflette la luce divina e risplende dappertutto.

 

Allo stesso modo, e anche in maniera più dotta, lo dimostrano gli Auctores. Dice infatti lo Spirito Santo, attraverso Geremia: ‘Io riempio cielo e terra’ e nel Salmo ‘Dove mi nasconderò dal tuo spirito? e dove fuggirò dalla tua vista? Se ascenderò in cielo tu sei lì, se scenderò nell’inferno, sarai presente. Se mi rivestirò delle mie penne, ecc.’ E nel Libro della Sapienza si dice che ‘Lo Spirito di Dio riempì l’universo’. E l’Ecclesiastico, nel quarantaduesimo libro: ‘La creazione di Dio è tutta piena della sua gloria’, affermazione confermata persino dai testi dei pagani; per cui Lucano, nel nono libro ‘Giove è ovunque tu guardi, dovunque tu vada’.




Si dice dunque bene quando si afferma che il raggio di Dio, ossia la gloria divina ‘per l’universo penetra e risplende’: penetra quanto all’essenza, risplende quanto all’essere. Quanto viene aggiunto circa ‘più e meno’ è vero in modo palese; infatti, vediamo una certa essenza in un qualche grado più eccellente e una certa essenza in uno inferiore; come è palese a proposito del cielo e degli elementi dei quali, in verità, l’uno è incorruttibile e gli altri corruttibili.

 

E dopo aver premesso tale verità, prosegue parlando per perifrasi del Paradiso. E dice che fu in quel cielo che più abbondantemente riceve la gloria di Dio, cioè la luce. Per questo motivo bisogna sapere che quello è il cielo supremo che contiene tutti i corpi e che non è contenuto, dentro il quale tutti i corpi si muovono, mentre esso è immobile in una quiete sempiterna e non riceve virtù da nessuna sostanza corporale. Viene detto Empireo, che significa ‘cielo ardente del suo stesso fuoco’, non perché in esso vi sia del fuoco o ardore materiale, ma spirituale, cioè l’amore santo, ovverossia la carità.




Quanto al fatto che riceva in maggiore quantità la luce divina, lo si può poi dimostrare attraverso due argomentazioni: in primo luogo per il fatto che in sé contiene ogni cosa e da nulla è contenuto; in secondo luogo che sta in una sua sempiterna quiete o pace. Il primo punto è dimostrato così: il contenente si rapporta al contenuto, in una situazione naturale, come il formativo si rapporta al formabile, come si dice nel quarto libro della Fisica; ma nella natura dell’universo il primo cielo racchiude tutte le cose; quindi si rapporta a ogni cosa come il formativo al formabile, il che corrisponde al rapporto di causa-effetto.

 

E poiché ogni forza causativa come un raggio che emana da Dio, causa prima, è palese che quel cielo, che più partecipa del carattere di causa, più riceve la luce divina. Quanto al secondo, viene dimostrato così: Tutto quanto si muove, si muove ad opera di qualcosa che non ha (moto), che è termine del suo moto stesso; come il cielo della Luna si muove per una certa parte di sé, che in sé non ha la Causa verso cui muove; e poiché una parte di cielo, e ciò è impossibile, non può scegliersi un luogo, si muove alla ricerca di un altro, ne discende la ragione del suo movimento e non sta mai fermo, ed è questo il suo desiderio.




E ciò che dico a proposito del Cielo della Luna, può essere esteso a ogni altro, tranne che al primo (Mobile). Tutto ciò che si muove manca di qualche cosa e non possiede integro tutto il suo essere. Pertanto quel cielo che non è mosso da alcunché, possiede in sé la perfezione del suo essere. E poiché ogni perfezione discende dalla prima perfezione, che è perfezione in sommo grado, ne deriva chiaramente che il primo cielo riceve di più la luce del primo essere, cioè Dio.

 

Pertanto questo ragionamento sembra argomentare sulla distruzione del precedente, così che non attua la dimostrazione linearmente e secondo la forma del sillogismo. Ma se consideriamo la materia di quello, attua una dimostrazione adeguata, perché si parla di una realtà eterna, in cui si può eternare la mancanza, cosicché, se Dio non gli diede il moto, palesemente non gli diede neppure materia e che difettasse in qualcosa.

 

E attraverso questa supposizione l’argomento regge in ragione della materia. Argomentare così come se dicessi: Se l’uomo esiste, è capace di ridere. Infatti in tutte le proposizioni convertibili si ha simile sostegno grazie alla materia. Quindi così risulta chiaro: quando la Cantica dice ‘in quel cielo che più riceve la luce di Dio’ intende parlare, in forma di perifrasi, del Paradiso, cioè del cielo Empireo. 




Date queste premesse, in pieno accordo dice il Filosofo nel primo libro Del Cielo che il cielo ‘tanto più possiede materia raffinata rispetto a quelli inferiori, quanto più è lontano dalle cose di quaggiù’. A sostegno di ciò si può addurre ciò che dice l’Apostolo agli Efesini, a proposito di Cristo: ‘Colui che ascese al di sopra di tutti i cieli, per dare compimento a tutte le cose’. Questo è il cielo delle delizie di Dio, di cui Ezechiele parla contro Lucifero: ‘Tu fosti, insegna della somiglianza, pieno di sapienza e perfezione di bellezza, e fosti nelle delizie del Paradiso di Dio’.

 

E dopo che ha detto per perifrasi che fu in Paradiso, l’autore prosegue affermando di aver visto alcune cose che non può riferire chi è disceso da lassù. E giustifica ciò dicendo che ‘l’intelletto tanto sprofonda nel suo stesso desiderio’, che è Dio, ‘che la memoria non riesce a tenergli dietro’.




Per capire questa affermazione bisogna sapere che l’intelletto umano, in questa vita, per l’affinità e connaturalità che ha con la sostanza intellettuale separata, quando si eleva, si eleva a tal punto che la memoria, al ritorno, viene meno per aver trasceso la misura umana. E ci suggerisce l’Apostolo (Paolo) nella ‘Lettera ai Corinzi’, laddove dice: ‘So che un uomo – non so se con il corpo o fuori dal suo corpo, Dio lo sa - fu rapito al terzo cielo e vide i misteri divini di cui all’uomo non è lecito parlare’.

 

Ecco, dopo che l’intelletto aveva trasceso, con questa ascensione, l’umana ragione, non ricordava che cosa fosse accaduto intorno a lui. Questo ci suggerisce Matteo, quando tre discepoli caddero a terra, non sapendo poi dare spiegazioni, quasi immemori. E scrive Ezechiele: ‘Vidi e caddi a terra’. E se gli oppositori non si accontentano di queste autorevoli argomentazioni, leggano La contemplazione di Riccardo di San Vittore, leggano La considerazione di Bernardo, La quantità dell'anima di Agostino e non saranno più contrari.




Se poi latrassero contro tanto impegnativa disposizione dell’autore di elevarsi, a causa del peccato, leggano Daniele, dove troveranno che Nabucodonosor, per virtù divina, ebbe visioni contro i peccatori, ma le dimenticò. Infatti ‘colui che fa sorgere il sole sui buoni e sui malvagi e fa piovere sopra i giusti e gli ingiusti’ talvolta misericordiosamente per convertire, talaltra severamente per punire, più o meno, come vuole, manifesta la sua gloria ai viventi, per quanto vivano male.

 

Ha visto, dunque, come dice, alcune cose ‘che, tornando, non sa né può ridire’. Diligentemente, invero, da notare che dice ‘non sa e non può’: non sa perché le ha dimenticate, non può perché, se anche le ricorda e le conosce nel contenuto, tuttavia gli viene meno la parola. Infatti vediamo che molte cose nell’intelletto mancano della corrispondente espressione linguistica; questo suggerisce abbondantemente Platone nei suoi  libri, attraverso metafore: infatti molte cose vide con la luce dell'intelletto che non seppe esprimere con linguaggio adeguato.




Poi dice che illustrerà quelle cose che ha potuto conservare nella memoria circa il regno dei cieli: questa la ‘materia’ dell’opera sua; la sua qualità ed estensione emergerà nel corso della lettura. In seguito, quando dice ‘O buon Apollo, ecc.’, effettua la sua invocazione. Questa parte si divide in due segmenti poetici: il primo attua l’invocazione, il secondo persuade Apollo, fatta la richiesta, ad accordare la ricompensa.

 

E la seconda parte inizia con l’espressione ‘O divina virtù’. Dapprima l’autore chiede l’aiuto divino, successivamente accenna alla necessità della sua richiesta ossia la giustifica: ‘Fino a qui una delle due cime di Parnaso’ ecc. Questo il senso della seconda parte del Prologo in generale. Veramente non l’esporrò ora nei suoi particolari; infatti sono assillato dalla povertà, per cui devo tralasciare queste e altre cose utili alla collettività. Ma spero che la vostra Magnificenza conceda che in altre circostanze sia possibile procedere all’utile esposizione.




Nella parte esecutiva, divisa dal Prologo, non si può dir nulla, al presente, né della sua suddivisione né della sua interpretazione, tranne questo: in ogni canto si procederà salendo di cielo in cielo e parleranno le anime beate incontrate in ognuna delle varie sfere e che la vera beatitudine consiste nell’accettazione del principio della verità, come appare chiaro nel Vangelo di Giovanni: ‘Questa la vita eterna, affinché conoscano Te, vero Dio’ e nel dialogo La consolazione della filosofia di Boezio: ‘Il fine è vedere Te’.

 

Da questo deriva che, per mostrare la gloria della beatitudine in quelle anime, saranno poste loro molte domande, di grande utilità e diletto: infatti esse vedono tutta la verità. E poiché, trovato il principio o l’Essere primo, cioè Dio, non c’è più null’altro da cercare, perché Egli è l’alfa e l’omega, l’opera termina in Dio, benedetto nei secoli dei secoli.

(Dante Alighieri)








sabato 4 maggio 2024

LA LIBRERIA DELLA LIBERA IDEA

 







In riferimento alla banda





TUTTO IL SEGRETO STA

 

NEL RACCONTARE

 

IL FALSO

 

PER NASCONDERE

 

LA REALTA’, ovvero: 

 

 

LA LIBRERIA DELLA LIBERA IDEA 

 

 

Lione, Museo del Crimine – 1925






C’è il pubblico delle grandi occasioni per la visita di Sir Arthur Conan Doyle al Musée du Crime, aperto da Edmond Locard a Lione. Il criminologo sta terminando la sua conferenza sul banditismo della Belle Époque, e non poteva non citare Jules Bonnot e i suoi anarchici:

 

‘L’anarchia ha come obiettivo l’emancipazione totale dell’uomo, ed è attraversata da diverse correnti, ma a differenza di altre dottrine politiche, si basa su regole etiche di condotta… ma vengo al punto…

 

La concezione individualista, signori, è quella che ha più influenzato i membri della Banda Bonnot. Secondo i suoi seguaci, non serve a niente aspettare la rivoluzione, ma bisogna vivere in accordo con i suoi atti e le sue parole. Se però una parte degli anarco-individualisti si accontenta di seguire i principi del vegetarianesimo e della non-violenza, altri – come i ragazzi della Banda Bonnot – hanno considerato che per raggiungere questi obiettivi fosse necessario passare all’illegalismo. Una corrente minoritaria che ha purtroppo condotto alcuni di loro agli espropri individuali, altri all’assassinio e alla morte violenta. Grazie signori e ora, se permettete, accogliamo il nostro ospite, il creatore di Sherlock Holmes, il più grande investigatore conosciuto. Peccato non sia mai esistito!’.

 

Risate e applausi accompagnano l’ingresso di Conan Doyle, che invece di salutare il suo anfitrione, si arresta stupefatto di fronte al ritratto di Bonnot, che campeggia all’inizio della sala dedicata: “Ma è Jules, il mio autista!”.




Il dottor Locard, sorpreso quanto il suo ospite, cerca di riportare lo scrittore inglese alla realtà:

 

‘Maestro, forse siete in errore. Quest’uomo è Jules, Jules Bonnot, il bandito’.

 

Sir Arthur Conan Doyle guarda di nuovo la foto:

 

‘E io vi dico che era il mio autista’. 

 

Londra, Tennison Road – primi mesi del 1911 

 

Bonnot cammina lentamente nell’elegante e tranquillo distretto londinese di South Norwood, e di fronte alla dimora dell’ormai ricco lord anglosassone spinge appena il cancellone d’ingresso. Superato il giardino antistante e una domestica curiosa, di fronte a Bonnot si palesa un signore dall’aspetto elegante, giacca di velluto e stivali da caccia, mentre colpi sordi si avvertono in lontananza. E non sembrano provenire da quella strada defilata, nella zona residenziale scelta dal creatore di Sherlock Holmes per ideare i suoi romanzi, ma da qualche parte all’interno della villa, oltre un cespuglio d’ortensie blu cobalto.

 

‘E lei chi sarebbe, giovanotto?’

 

‘Sono uno chauffeur... mi chiamo Jules e vengo da Lione’.

 

‘E sa parlare inglese?’





‘Mi faccio capire, Monsieur Doyle’.

 

‘Si sbaglia, io sono Ashton Wolfe, un buon amico di Sir Arthur. Lui non è disponibile al momento. Si sta, diciamo… esercitando’.

 

‘Golf?’

 

‘Non proprio, Sir Arthur adora le armi… lei le conosce?’

 

‘Ho fatto il militare, Monsieur Wolfe’.

 

‘Questo depone a suo favore, chi è abituato a obbedire sa stare al suo posto. E mi dica… come mai è a Londra?’

 

‘Per imparare l’inglese, Monsieur… pardon, Mr. Wolfe’

 

…Jules estrasse con cura dalla mantella una busta… 

 

‘e questa è da parte della Berliet’.

 

‘Avevo una Berliet, un tempo. Gran bella macchina. Vediamo… ah, una lettera di referenze della direzione’.

 

‘Del direttore, Mr. Wolfe… ero il suo autista’.




‘Eccellente, Jules. Qui leggo che lei è anche un ottimo meccanico. Il mio autista non saprebbe aggiustare una serratura, figuriamoci un carburatore… lei è un uomo fortunato’.

 

‘In che senso?’

 

‘Perché in questi giorni Sir Arthur è di passaggio a Londra, qui ci abitava una quindicina d’anni fa e ora purtroppo preferisce il Sussex, ma come me, adora le auto… vuole che le mostri la mia Austin? È un modello del 1909 ma se la cava ancora bene’.

 

‘Quindici cavalli, se non sbaglio’.

 

‘Eccellente Jules, eccellente…’

 

Diventare l’autista di un baronetto inglese, o del suo amico intimo, il che era lo stesso, non significava solo imparare le buone maniere e dormire in un letto come si deve, ma anche imparare a sparare con le nuove pistole automatiche Browning, niente a che vedere con i fuciloni dell’esercito francese. Tanto più che a Sir Arthur non dispiaceva mostrare ai suoi spettatori come impugnare al meglio quei gioiellini.

 


Il motore della Lanchester Landaulette ronfava monotono e regolare sul rettilineo che attraversava le campagne del Sussex. I sedici cavalli custoditi nel cofano avrebbero permesso una velocità maggiore, ma quel giorno il proprietario, sir Arthur, non aveva alcuna fretta di arrivare a destinazione. Comodamente seduto dietro, al punto da tenere una gamba accavallata sull’altra, e con in mano l’immancabile sigaro, sir Arthur conversava con l’amico Ashton Wolfe, anche lui scrittore. L’autista fissava la strada e sembrava assorto nel a guida, ma in realtà non perdeva una parola di quanto veniva detto alle sue spalle.

 

‘Se devo essere sincero, caro Arthur’,

 

…disse Ashton alzando il tono del a voce, segno che cominciava a scaldarsi,

 

‘io trovo di pessimo gusto il titolo: “Arsène Lupin contro Sherlock Sholmes”. Innanzi tutto, era suo dovere chiederti il permesso e...’

 

‘Il permesso?’

 

…lo interruppe sir Arthur.

 

‘Ma il suo è soltanto un gioco, uno scambio di iniziali che denota la volontà di ironizzare su quel cocainomane disgraziato’.

 

Si lisciò i folti baffi, accennando un mezzo sorriso divertito. Ashton sbuffò e diede una leggera manata sul bordo del o sportello.




‘No, no, il tuo sarcasmo verso Holmes già lo conosco, e anche se non lo condivido, sei padronissimo di trattare come credi la tua creatura. Però dovresti premunirti da certe mancanze di rispetto!’

 

Sir Arthur corrugò le sopracciglia, piegando ancora di più i baffi spioventi.

 

‘Via, Ashton... quel o che tu chiami “la mia creatura” è diventato una palla al piede, una vera iattura, e non so più che devo fare per liberarmene. Ma ne abbiamo parlato fino allo sfinimento, lasciamo stare. In quanto al a mancanza di rispetto, invece... non esageriamo. Maurice Leblanc ha tutto il diritto di farsi beffe di un personaggio che è ormai diventato più reale e noto del suo incauto autore. Non sarò certo io a lamentarmene. Al contrario, penso che un buon modo per limitare i danni fatti da Holmes sia proprio cominciare a ridicolizzarlo’.

 

Ashton sospirò, voltandosi a guardare la campagna per evitare di insistere. Ma non si trattenne dal dire, poco dopo:

 

‘Inaudito. Colui che lo ha creato è il suo più acerrimo denigratore. Sbagli, Arthur, te l’ho già detto non so più quante volte’.

 

‘Sì, me lo hai detto anche troppe volte’,

 

…ribatté sir Arthur staccando delicatamente la cenere del sigaro con l’unghia del mignolo.




‘E quel povero Leblanc, credimi, finirà anche lui col maledire il suo personaggio, il giorno in cui capirà che il mondo si ricorderà più di Arsène Lupin che non del suo creatore. E, come me, potrà scrivere qualsiasi altra opera, immensamente più valida e profonda, ma il pubblico, stupido e superficiale com’è, continuerà a chiedergli soltanto le avventure del ladro gentiluomo. Mi domando solo se si rende conto del guaio in cui si è cacciato’.

 

Poi, cercando di cambiare discorso, si rivolse all’autista:

 

‘Mi dica, Jules, lei ha mai sentito parlare di un certo Arsène Lupin?’.

 

E lanciò un’occhiata verso Ashton, come per invitarlo ad ascoltare la risposta.

 

Jules finse di non aver seguito la conversazione e chiese con aria improvvisamente attenta:

 

‘Ha detto Arsène Lupin, sir Arthur?’.

 

‘Proprio lui. Le dice niente questo nome?

 

…E’ pur sempre un suo compatriota’, aggiunse sir Arthur, strizzando l’occhio ad Ashton, che si era sporto leggermente in avanti.

 

‘Sì, lo conosco’,

 

…disse in tono neutro Jules.




Ashton assunse un’espressione esageratamente interessata, pregustando il seguito. Aveva avuto una discussione sulle doti del nuovo autista, che sir Arthur giudicava di gran lunga più istruito della media, addirittura straordinario nell’apprendere la lingua inglese, con grandi progressi nel giro di poche settimane.

 

Ashton, come sempre scettico per partito preso, aveva messo in dubbio che una persona intelligente e per di più istruita potesse limitarsi a quel lavoro. Così, davanti all’asserzione di Jules, chiese maliziosamente:

 

‘E mi dica, dove lo avrebbe conosciuto, il “signor” Lupin?’.

 

‘In Francia, sir Ashton’,

 

…rispose tranquillamente Jules.

 

‘Non personalmente, purtroppo, ma di lui so abbastanza da considerarlo una persona interessante. Molto interessante’.

 

Si mordicchiò il labbro, riprendendo a fissare la strada. Aveva detto troppo, lo sentiva. Ma quei due inglesi non sapevano neppure lontanamente di chi e con chi stavano parlando, e il tono canzonatorio di Ashton Wolfe cominciava a dargli sui nervi.

 

‘Mi perdoni, Jules...’

 

…intervenne sir Arthur.

 

‘Forse lei è caduto in un equivoco. Arsène Lupin è un personaggio di finzione, il protagonista dei romanzi che un certo Maurice Leblanc, suo connazionale, ha inventato...’

 

‘No, sir Arthur’,

 

…lo interruppe con inusuale decisione Jules,

 

‘Leblanc ha soltanto inventato il nome, non il personaggio. E se fosse un uomo d’onore, verserebbe parte dei proventi al legittimo ispiratore dei suoi romanzetti’.




Un sobbalzo dovuto a una cunetta fece chiudere di scatto la bocca di Ashton, che emise un  clac  secco.

 

Fortunatamente, non si morse la lingua. Sir Arthur, invece, per lo stupore si era lasciato cadere una cialda di cenere sul panciotto.

 

‘Mi sembra di avvertire una certa acredine nei confronti di Leblanc, caro Jules. Posso sapere che le ha fatto di male?’

 

‘A me niente. Ma si sta arricchendo alle spalle di un uomo che non è più in condizione di difendersi. Anche se, suppongo, Jacob si farà del e sonore risate leggendo i suoi libri’.

 

‘Un momento, mi lasci capire’,

 

…si affrettò a dire sir Arthur.




‘Chi sarebbe mai questo Jacob?’

 

Jules prese tempo, con la scusa di togliere la polvere dagli occhialoni con un panno che teneva a fianco. Per quale motivo si era lasciato coinvolgere in quel a discussione assurda?

 

Non doveva scoprirsi fino a quel punto.

 

L’autista serio e di poche parole, quale lui appariva agli occhi del suo datore di lavoro, non poteva abbandonarsi improvvisamente all’accorata difesa di un uomo per lui valoroso e di rara dignità, ma che, per i due gentiluomini inglesi seduti al e sue spalle, era innanzi tutto un malfattore e un ladro inveterato.

 

‘Dunque, Jules?’

 

…lo incalzò Ashton.




‘Marius Jacob è l’uomo che ha messo a segno almeno trecento colpi ai danni delle più ricche personalità di Francia, e senza che la polizia abbia mai capito come. Arsène Lupin è lui. Maurice Leblanc non ha fatto altro che documentarsi sulle sue imprese, infarcendole di champagne e donnine svenevoli, tutto qui’.

 

Al diavolo, pensò Jules. Visto che erano scrittori che imparassero qualcosa dalla realtà. E se con questo rischiava di mettersi in cattiva luce, pazienza. Marius Jacob meritava tale rischio.

 

Era il minimo che potesse fare per lui.

 

Sir Arthur lanciò un’occhiata trionfante all’amico Ashton: glielo aveva pur detto che quell’autista francese era un personaggio sorprendente. Poi, intrigato, chiese a Jules:

 

‘E dove si troverebbe, questo signore?’.

 

‘Alla Guiana, lavori forzati a vita’.

 

Ashton emise una risatina soffocata, per poi dire in tono canzonatorio:

 

‘Lupin è stato più abile, almeno finora. Se il suo Jacob è finito alla Guiana, non era poi così imprendibile’.

 

‘Un incidente causato da altri’,

 

ribatté Jules.

 

‘Per non abbandonare i compagni in difficoltà, è finito nella rete’.




‘Allora non era solito lavorare in proprio’,

 

aggiunse sir Arthur, lisciandosi i baffi con un gesto ripetitivo segno del profondo interesse che quella conversazione suscitava in lui.

 

‘A volte sì, altre no’,

 

…spiegò Jules.

 

‘Dipendeva dal tipo di azioni. Quando c’era bisogno di “assistenti”, aveva a disposizione dei validi aiuti. Li chiamavano i “Travail eurs de la nuit”. Ma lui restava la mente di ogni piano, senza Marius Jacob, gli altri non potevano nulla’.

 

I due inglesi si scambiarono un lungo sguardo. Ashton annuì, piegando la testa di lato: quel francese si dimostrava un individuo davvero singolare. Per essere solo un autista, sapeva sostenere una conversazione su argomenti insospettabili.

 

‘E di queste mirabolanti imprese criminose’,

 

 …riattaccò sir Arthur,

 

“saprebbe raccontarcene qualcuna?’

 

Jules premette con delicatezza il freno, scalando le marce: una mandria di mucche aveva appena attraversato la strada ma l’ultima, apparentemente incuriosita dalla Landaulette di sir Arthur Conan Doyle, se ne stava al centro del a carreggiata a osservarli, con uno sguardo singolarmente attento per un bovino.

 

Jules strombettò ripetutamente.




Il mandriano tornò indietro, assestò una bastonata sul e natiche della bestia, che senza manifestare eccessivo risentimento si decise a muovere qualche passo, continuando però a fissare di traverso quello strano animale sferragliante, che per di più emanava un pungente odore di fumo rancido. Jules riprese l’andatura abituale, e dopo qualche minuto

 

….si decise a raccontare:

 

‘In Francia tutti, o quasi, ricordano la prima colossale beffa di Marius Jacob. Credo sia stato nel ’97. Come le altre imprese anche questa si è venuta a sapere solo perché lui l’ha resa pubblica al processo. Era un maestro, nei travestimenti. Ma quel a volta si è limitato a fare da “segretario” a un suo socio, più anziano e di aspetto serioso, al quale aveva messo una tuba in testa e una fascia tricolore sul petto. Si sono presentati al Monte di Pietà, hanno messo sotto il naso del direttore un falso mandato che parlava di refurtiva in giacenza nei magazzini, e dopo aver fatto chiudere i battenti, hanno iniziato l’inventario. Considerando che nel giro dei pegni c’è sempre qualche usura da nascondere, il direttore non si è certo sognato di ostacolarli. Dopo tre ore di accurate ricerche, con catalogazione dei pezzi di maggior valore che finivano nella loro capiente valigia, Jacob ha messo le manette al direttore, comunicandogli che con suo profondo rammarico si vedeva costretto a fermarlo per accertamenti’.

 

Sir Arthur continuava ad arricciarsi il baffo destro, mentre Ashton che mostrava segni di irrequietezza, approfittò del a pausa per esclamare:

 

‘E hanno lasciato quel pover’uomo ammanettato al Monte di Pietà?’.

 

Jules scosse la testa.




‘No, perché a Marius Jacob non interessava il furto in sé, quanto beffarsi del e istituzioni, e nella maniera più eclatante. Il “pover’uomo”, (e mise un’intonazione ironica nel ripetere la definizione di Ashton), aveva la coscienza sporca per via di certi prestiti ad alto interesse su oggetti preziosi intestati a suo nome, e in quel momento era troppo impegnato a costruirsi una giustificazione da esporre al giudice. Jacob lo caricò sulla carrozza che li aspettava, diede ordine al vetturino di portarli al Palazzo di Giustizia e condusse il direttore fino all’ufficio del procuratore della Repubblica. Fece accomodare il direttore su una panca nel corridoio, entrò nell’ufficio dove chiese una banale informazione, e tornato fuori tolse le manette alla sua vittima, invitandolo ad attendere che il procuratore lo chiamasse per l’interrogatorio di rito. E prima di andarsene con la valigia piena d’oro, lo avvertì che la faccenda era considerata molto grave...’

 

Sir Arthur emise una risatina silenziosa. Ashton gli rivolse un’occhiata stupita.

 

‘Lo trovi divertente?’

 

…chiese.

 

‘Non divertente. Geniale’,

 

…rispose sir Arthur.

 

‘Stai parlando di un criminale della Guiana, non del Arsène Lupin di Leblanc’.




Sir Arthur si strinse nel e spalle, quindi, riaccendendo il sigaro, disse:

 

‘Intelligenza e inventiva possono prendere la strada sbagliata e mettersi al servizio del crimine, ma non per questo vanno negate come tali. E comunque, caro Ashton, è sempre il destino a giocare l’ultima carta. Prendi me: da ragazzo, a Edimburgo, ero un attaccabrighe, frequentavo teppisti di strada e tornavo spesso a casa con un occhio nero e i vestiti a brandelli. Oh, certo, lo facevo per difendere i più deboli... Ma il mio concetto di giustizia consisteva nel pestare più forte di quanto facessero i prepotenti. E se in una rissa avessi ferito seriamente un avversario, o peggio, lo avessi malauguratamente ucciso, sarei finito in riformatorio. E allora, dubito che adesso me ne starei qui, a godermi i miei lauti diritti d’autore comodamente seduto in quest’auto’.

 

Ashton sospirò dubbioso, e così facendo inalò parte della densa nube che, prima di essere dispersa dal vento, aleggiò nell’abitacolo avvolgendo gli occupanti. Sir Arthur alzò una mano in segno di scusa, poi si rivolse a Jules:

 

‘E quel direttore del Monte di Pietà quanto ci ha messo ad accorgersi del a feroce burla che gli avevano giocato?’.

 

‘L’intera giornata’,

 

…rispose Jules sforzandosi di non tradire la soddisfazione.




‘Intende dire che nessuno gli ha chiesto che cosa ci faceva lì, seduto su una panca del Palazzo di Giustizia?’

 

…intervenne Ashton, schiarendosi la voce dopo la tosse.

 

‘Quando è arrivata l’ora della chiusura’,

 

…spiegò Jules,

 

‘un usciere si è avvicinato, e quello ha preso a gridare che era innocente, che lui non sapeva si trattasse di refurtiva, e altre frasi che al giudice istruttore affacciatosi sul corridoio sono sembrate sconclusionate, ma anche sospette. Allora, ha ordinato che il direttore venisse chiuso in cella, in attesa che l’indomani si chiarisse la questione’.

 

‘Ma come’,

 

…sbottò Ashton,

 

‘lo ha fatto arrestare senza sapere di che cosa lo si accusava?’

 

‘Vede, (disse Jules con aria svagata), il fatto è che il giudice aveva fretta di andarsene a casa, e se si fosse fermato a chiarire, stilando un rapporto e aprendo una nuova pratica... sarebbe dovuto restare lì tutta la sera. Meglio rimandare all’indomani, senza bisogno di ricorrere a straordinari’.




Sir Arthur cominciò a ridere sommessamente, con quel suo modo sornione, a bocca socchiusa e senza emettere suoni, limitandosi a sussultare lisciandosi i baffi.

 

‘Devo ammettere che il suo Marius Jacob’,

 

…concluse mentre l’auto rallentava in prossimità del cancello di casa,

 

‘è indubbiamente più interessante di quel damerino in frac tanto amato dai lettori. E monsieur Leblanc avrebbe quanto meno il dovere morale di dedicargli ognuno dei suoi fortunati libri...’

 

‘E tu’,

 

chiese Ashton,

 

‘non hai nessuno da ringraziare per averti ispirato Holmes?’

 

‘Disgraziatamente no’,

 

…rispose sir Arthur tornando serio.

 

‘Se lo avessi, potrei dire al mondo: eccolo, il vero Holmes. Perseguitate lui e lasciate una buona volta in pace me’.

 

Il letto era più soffice e comodo di qualsiasi altro avuto in passato, e la stanza, che probabilmente doveva essere la più piccola del a casa, era spaziosa non meno dei monolocali in cui aveva vissuto con Sophie e arredata con cura in ogni particolare, dal e stampe alle pareti al tappeto sul parquet, dall’armadio in noce odoroso di cera all’intarsiato tavolino da lavoro pieno di cassetti e scomparti, dove trascorreva buona parte del suo tempo libero, leggendo i libri che sir Arthur gli permetteva di prendere dal a biblioteca.




La scelta era indubbiamente ampia, ma non comprendeva certo i testi che Jules preferiva: Michail Bakunin e Pierre-Joseph Proudhon non figuravano tra i pensatori amati da sir Arthur, che per la verità, alle tematiche sociali prediligeva di gran lunga i resoconti di grandi imprese belliche o, particolare che incuriosiva Jules, innumerevoli trattati di spiritismo e scienze occulte. Il problema principale comunque, restava quello della lingua: Jules si sforzava di leggere testi in inglese, soprattutto per acquisire una certa proprietà di linguaggio e ampliare il vocabolario, ma c’era un abisso tra sostenere una conversazione e afferrare le sottigliezze del a letteratura. Nella grande biblioteca che occupava buona parte del pianterreno aveva trovato vari testi in francese e alcune traduzioni dei romanzi di sir Arthur con protagonista Sherlock Holmes. Era appunto uno di questi che Jules stava leggendo alla luce del lume a gas, quando sentì i due colpetti alla porta, e la voce dal timbro basso e il tono garbato di sir Arthur.

 

‘Jules, la disturbo?’.

 

Andò ad aprire, infilandosi frettolosamente la camicia nei pantaloni.

 

‘Stia comodo, per carità. Sono venuto a importunarla perché ho dovuto cambiare i miei progetti riguardo la giornata di domani. Dobbiamo essere a Londra nel primo pomeriggio, per cui pensavo di partire piuttosto presto, così avrò modo di sbrigare alcune questioni con il mio editore’.

 

‘Nessun problema’,

 

…disse Jules.




‘Avevo già deciso di coricarmi appena finito il capitolo’.

 

E indicò con un cenno il tavolino.

 

Sir Arthur annuì, fece per congedarsi, poi la curiosità lo spinse a sbirciare la copertina di un libro appoggiato sul comodino: “I miserabili” di Victor Hugo.

 

‘Ottima lettura’,

 

esclamò con un sorrisetto malizioso.

 

‘Mi auguro però di non avere un bonapartista sotto il mio stesso tetto’.

 

Jules non osò spiegargli che, avendolo già letto in francese, stava affrontando quel testo solo per approfondire il suo inglese. Senza che ci fosse una ragione precisa, rispose invece:

 

‘Non era peggio di quelli che lo hanno preceduto e di quelli che lo hanno sconfitto’.

 

‘Chi, Napoleone?’

 

domandò ridendo sir Arthur.

 

Jules non rispose.

 

Si stava chiedendo che cosa lo spingesse a reagire ogni volta che lo scrittore si divertiva a stuzzicarlo. Poteva restarsene zitto, e risparmiarsi rischi notevoli. Ma ogni volta, era più forte di lui, doveva ribattere rinunciando al prezioso silenzio che era da tempo una sua basilare regola di vita.

 

‘Mio caro Jules’,

 

riattaccò sir Arthur in tono scherzosamente severo,




‘prima di compromettere la sua posizione, la devo informare che discendo, per parte dei nonni materni, dalla famiglia Pack. E un sir Denis Pack comandava la brigata scozzese a Waterloo, dove un altro prozio, Anthony Pack, perse un pezzo di cranio asportatogli da un soldato di Napoleone. Dunque, lei qui rischia di parlare di corda in casa dell’impiccato...’

 

‘Tra i ricordi di famiglia non ho mai trovato pezzi di cranio inglese. Non credo che sia stato un mio prozio a rompere la testa al suo’.

 

Per un attimo i due si fissarono. Poi sir Arthur scoppiò a ridere, ma stavolta in modo aperto, allegro, diverso dal solito risolino trattenuto che si concedeva in pubblico.

 

Jules sorrise a sua volta, e prendendo il libro aperto sul tavolino disse:

 

‘Questo l’ho trovato molto più divertente. Spero ne abbia altri, nella mia lingua’.

 

Sir Arthur osservò l’edizione francese di un suo romanzo con Sherlock Holmes, corrugò la fronte sbuffando, rese ancora più spiovente la posizione dei folti baffi, e sbottò:

 

‘Santo cielo, Jules, pure lei ci si mette...’.

 

E ripeté l’accenno ad andarsene. Poi, sospirando, aggiunse in tono più conciliante:

 

‘Be’, se non altro, ha cominciato dall’ultimo della serie. O almeno, da quello che io speravo fosse l’ultimo’.




‘Non capisco, sir Arthur’,

 

…mormorò Jules scuotendo il capo.

 

‘Che c’è da capire?’

 

‘Il suo fastidio per il personaggio che l’ha resa celebre in mezzo mondo’.

 

Lo scrittore emise un rumore sordo, che veniva dallo stomaco più che dalla gola. Quindi annuì, come rassegnato, e disse:

 

‘Va bene, Jules. Dato che non è ancora così tardi, se è d’accordo glielo spiego in biblioteca, davanti a un buon cognac appena giunto dalla sua amata terra’.

 

Jules accettò e tenne per sé il commento su quanto fosse fuori luogo definire “amata” la sua terra.




Sir Arthur fece strada fino al pianterreno e una volta in biblioteca indicò a Jules una soffice poltrona di cuoio prima di versare due generose razioni di cognac in coppe esageratamente larghe. Poi, ne porse una al suo autista che non sapeva bene come afferrarla e si sedette sul divano accanto. Dopo un primo sorso, disse:

 

‘Io non sopporto più Sherlock Holmes perché si è trasformato in una persecuzione. Ho cominciato a scrivere quei romanzi per puro divertimento, e infatti lei ha appena definito “divertente” ciò che sta leggendo. Ma non mi rendevo conto di quali assurdi meccanismi si mettono in moto nel pubblico. E’ qualcosa di morboso, che scatena le stesse pulsioni della gelosia nel e relazioni amorose. Il lettore si innamora di quello che uno ha scritto e pretende che il disgraziato autore continui a corrisponderlo, e guai, guai se viene deluso. Ora, io scrivo opere di ben altro spessore letterario, e su argomenti più profondi e degni di attenzione. Ma è tutto inutile. La gente, ormai, vuole da me solo questo: che vada avanti a sfornare chili di pagine impregnate di Holmes e Watson e tutta una sarabanda di criminali d’ogni risma’.

 

Finì il cognac rimasto e se ne versò dell’altro. Jules gli porse la sua coppa. Poi passarono ai sigari e, dopo averli accesi, nel mezzo di una nube spessa e immobile al centro della vasta biblioteca, sir Arthur riattaccò, in tono meno acceso, con una venatura di malinconia:

 

‘Sa come finirà, mio caro Jules? Che un giorno il mondo ricorderà il nome dell’investigatore e del suo aiutante, ma non quello del loro creatore. E ben pochi leggeranno le mie opere che costano impegno, i romanzi storici e i saggi, le pagine in cui ho messo il meglio di me stesso, come scrittore e come studioso...’.




Soffiò lentamente il fumo verso l’alto, fissando una fila di volumi su uno scaffale.

 

‘Ci ho provato. Proprio in quel libro che lei sta leggendo. Mi sono detto: finalmente, ho trovato il coraggio di liberarmene. E ho persino scritto una lettera di sfogo a mia madre, annunciandole che Holmes era giunto alla sua ultima storia, e che mi irritava il solo sentirlo nominare. Niente. Tutto inutile. E’ scoppiata una specie di rivolta. Valanghe di posta, proteste... Una signora mi ha dato del bruto, e molti scrivevano a Watson chiedendogli aiuto, si rende conto? Mi crede, se le dico che si è addirittura verificato uno sciopero in una fabbrica, contro di me, per aver fatto morire Sherlock Holmes?’

 

Jules annuì, accordandogli la sua comprensione.

 

Cominciava ad avvertire una sensazione di fastidio, per la dimensione grottesca di quel o sfogo amaro: non poteva fare a meno di paragonare le tragedie vissute dalla sua parte di mondo al dramma di uno scrittore ossessionato dal personaggio a cui aveva dato vita. Pensava con un crescendo di rabbia alle notizie lette il giorno prima sugli scioperi dei minatori nel Galles, paragonandoli agli imbecilli che avevano incrociato le braccia non per avere di che sfamare la famiglia o per ottenere una riduzione dell’orario, ma per chiedere che Sherlock Holmes tornasse in vita...

 

‘Sono stato costretto a resuscitarlo’,

 

…disse sir Arthur, battendo una manata sul bracciolo del divano.




 'Il primo e unico atto di viltà che ho compiuto nella mia vita. E sa perché?’

 

Jules si strinse nel e spalle, assumendo un’espressione incuriosita, e intanto pensava:

 

‘Che accidenti vuoi che me ne freghi, mi sta venendo sonno e domani devo scarrozzarti per ore, io con la faccia al vento e tu al riparo, stravaccato in quel a stronzata di macchina che ti sei comprato...’.

 

‘Perché dopo aver sepolto Holmes nelle cascate di Reichenbach’,

 

…proseguì sir Arthur,

 

‘ho scoperto che anche il conto in banca stava facendo la sua fine: affogato, estinto nel giro di pochi mesi’.

 

Jules si sforzò di mostrare stupore.

 

‘Un vero e proprio boicottaggio. Nessuno comprava una copia dei miei libri. O Sherlock Holmes o niente. E così uno come me, che da ragazzo ha conosciuto la miseria e la vita di strada... Perché, vede, arrivare a un certo benessere per chi sa bene che cosa sia la penuria, si traduce nel fare qualsiasi cosa pur di non perderlo’.

 

‘Ma che vuoi saperne tu di che cosa sia la miseria vera’,

 

…pensava Jules, mentre annuiva con aria di partecipazione al dramma del o scrittore.




Sir Arthur si rilassò, e per qualche istante rimase a rimuginare in silenzio. Jules continuò a bere e a fumare.

 

‘Mi dica una cosa, Jules’,

 

..esclamò con improvviso vigore lo scrittore, raddrizzando la schiena con un colpo di reni.

 

‘Secondo lei, perché i romanzi di Sherlock Holmes hanno tanto successo? Lei ne ha letto uno, e...’

 

‘No, quello è già il quarto’,

 

…lo corresse Jules.

 

‘Ah... Benissimo! Al ora si sarà fatto una sua idea. Perché la gente si sente così appagata dalla loro lettura?’

 

‘Perché lei dà loro esattamente ciò che si aspettano’.

 

Sir Arthur rimase interdetto, per la velocità e sicurezza con cui Jules aveva risposto. Ma che intendeva dire?

 

‘Può spiegarsi meglio?’

 



‘Lei racconta quello che la gente perbene vuole sentirsi raccontare. Li tranquillizza. Dà loro delle certezze, come la giustizia che trionfa e il male che viene inesorabilmente sconfitto. In un mondo dove le cose vanno esattamente al contrario, leggere le avventure di Holmes è un sollievo’.

 

Lo scrittore fissò il suo autista per lunghi istanti, senza riuscire a replicare. Poi, decise di versare dell’altro cognac per entrambi.

 

‘Interessante... Sì, grosso modo, è ciò che penso anch’io. Ma non dimentichi il fascino morboso che il male esercita sulle menti semplici. Forse è anche lì il motivo.

 

‘Certo. Ma le menti semplici, come dice lei, sono attratte dal male quando colpisce gli altri. I fulmini esistono e non si possono evitare: ma quando colpiscono la casa del vicino, si tira un sospiro, perché non è toccato alla propria’.

 

Sir Arthur accennò un sorriso poi tornò subito serio. Era intrigato da quell’autista che, dopo aver letto quattro suoi romanzi, era già in grado di imbastirci sopra una dissertazione sociologica. Un po’ troppo sicuro di sé, magari lievemente arrogante, ma arguto, quel tipetto francese...

 

‘Dunque, secondo lei, tutto il segreto sta nel raccontare il falso per nascondere la realtà... ho capito bene?’




‘Non intendevo essere così categorico. Però, in una società benestante che scopre l’esistenza dei miserabili, la disperazione di reietti disposti a tutto pur di strappare un pezzo di quel benessere osservato oltre il vetro... una società che si vede minacciata dai crimini di strada, dalla violenza cieca, da creature incomprensibili che si rivelano disposte a tagliare loro la gola per ottenere poche sterline... tutto questo fa sì che potersi illudere di avere dal a propria parte un infallibile castigatore del male come Holmes sia meglio di una pipa di oppio’.

 

 L’ultimo termine di paragone non sembrò piacere a sir Arthur.

 

‘Leggere i miei libri è pari ad assumere una droga?’

 

‘Qualsiasi cosa ci aiuti a dimenticare l’orrore della vita è una buona droga’.

 

Seguì un silenzio imbarazzato.

 

Jules, come suo solito, aveva preso a domandarsi perché si lasciasse fregare dalla conversazione fino a dire esattamente ciò che pensava, e sir Arthur, combattuto tra reagire e riflettere, continuava a tirare boccate dal sigaro rendendolo troppo caldo e amaro. Finché non si alzò di scatto, andandosi a piazzare davanti agli scaffali, dove prese a scorrere il dorso di alcuni volumi.




‘Gradirei che lei leggesse qualcos’altro di mio, vista la profondità che dimostra nel valutare i miei libri...’

 

Jules credette di cogliere una sfumatura sarcastica nell’ultima frase. E guardò l’orologio a pendola, imprecando tra sé: mezzanotte e mezzo. Non aveva più sonno, e l’indomani doveva controllare l’olio e l’acqua del radiatore di quella strampalata Landaulette. In Inghilterra costruivano le superbe Rolls-Royce “Silver Ghost”, e quello si andava a comprare una simile carriola, spompata e mangia-olio, roba da finire con i pistoni fuori dal cofano.

 

Sir Arthur stava per sfilare un suo studio sullo spiritismo, ma si bloccò, pensando che, se Jules aveva trovato Holmes un surrogato dell’oppio, chissà che diamine gli avrebbe ispirato un saggio sul e energie che sopravvivono al a morte del corpo.

 

‘Ecco, questo dovrebbe interessarle’,

 

…esclamò afferrando un’edizione rilegata in cuoio di “Sir Nigel”.

 

‘Certo non può competere con “I miserabili”, ma in quanto a scrivere romanzi storici, credo di sapere il fatto mio’.




Ancora quel velato tono sarcastico. Jules posò la coppa ormai vuota e disse alzando la mano:

 

‘Preferirei leggere le sue esperienze di guerra, se non le dispiace’.

 

Sir Arthur si irrigidì e assunse un’espressione guardinga.

 

‘E’ un argomento maledettamente serio. Ho partecipato alle battaglie contro i boeri e ho scritto dei resoconti con il solo scopo di levare una voce in difesa del mio paese, ingiustamente accusato di efferatezze inventate di sana pianta per vili motivi di propaganda antinglese. E’ sicuro di volerli leggere?’

 

Jules pensò che stavolta doveva andarci veramente cauto. Aveva toccato un punto scoperto nei nervi d’acciaio di sir Arthur, che parlando senza riprendere fiato si era infervorato al punto da avere le guance arrossate e gli occhi scintillanti. Giurò a se stesso di restarsene muto, al riguardo.




‘Bene, prenda questo’,

 

disse lo scrittore in tono improvvisamente sbrigativo, mostrandogli una copia di “Ragione e torto nel a guerra boera”.

 

‘L’ho fatto stampare in decine di paesi, aiutandomi con i contributi dei cittadini inglesi sparsi in ogni angolo del mondo’.

 

Jules si avvicinò a sir Arthur, che gli porse un’edizione inglese e una francese. Scelse quest’ultima; per il momento, ne aveva abbastanza di studiare una nuova lingua. Era una brutta serata, per lui. Cominciava ad avvertire i sintomi dell’inevitabile ricaduta: ogni cosa perdeva senso, il fascio di nervi nello stomaco era sempre più teso, avvertiva un crescente fastidio verso il nuovo datore di lavoro, e una sorda rabbia che tornava a montare contro l’inutilità della vita che stava conducendo. A che cosa gli sarebbe servito imparare l’inglese? Forse per dimostrarsi gentile e colto con gli insopportabili cicisbei che frequentavano quel a casa? O per continuare a guadagnarsi un discreto stipendio tenendo in testa un ridicolo berretto e aprendo sportelli al padrone di turno...

 

‘Qualcosa non va, Jules?’

 

Ci mise qualche secondo a realizzare: alzò gli occhi su sir Arthur e gli rivolse uno sguardo vuoto, lontano mille chilometri da quel a casa lussuosa e accogliente quanto può esserlo la più dorata delle prigioni.

 

‘Come? Ah... nulla. Temo che si sia fatto tardi’.

 

Lo scrittore annuì, fissandolo in modo strano.

 

‘Sì, ha ragione. E’ ora di riposare. Ci vediamo domattina’.

 

(Caucci/Monti)