domenica 1 ottobre 2023

VITA NOMADE

 






Approfondimenti 


per  Giuseppe Tucci





Un’irrequietezza mai sazia mi ha condotto al vagabondaggio fin dall'infanzia, in quella mia terra marchigiana conclusa fra il mare volubilissimo e la montagna aspra della Sibilla che commossero, ancor fanciullo, il poeta a me fra tutti carissimo (ndr Leopardi). 

 

…E che pensieri immensi

che dolce sogni mi spirò la vista

di quel lontano mar, quei monti azzurri

che di qua scopro e che varcare un giorno

io mi pensavo, arcani mondi, arcana

felicità fingendo al viver mio. 




 Da quando cominciai ad aver uso di ragione, appena mio padre me lo permise -  e ricordo ancora l’attesa della prima evasione da solo compiuta - correvo senza meta fra l’intrico dei viottoli che solcano le nostre colline protese, come apparvero al Carducci, a congiungere quel mare e quei monti, quasi che in me si destasse o ravvivasse o raccogliesse la inquietudine nativa ed acuta della mia gente, che congiuntasi poi a zelo apostolico la mosse a valicare gli oceani convogliandola soprattutto verso quelle terre d'Asia dove da Matteo Ricci a Beligatti, nella Cina e nel Tibet moltissimi mi precedettero.

        

E sempre mi è restato per questo amore dei luoghi aperti e dei vasti orizzonti un senso d’uggia e di fastidio per la casa; la quale a me è sempre apparsa come il punto di convergenza di tutte le limitazioni e fastidi e noie di cui quell'accidiosissima cosa che diciamo civiltà sempre più ci preme e intristisce: e più di una volta mi accadde di comprendere e quasi di giustificare quella subita esplosione di rabbia o di risentimento che non di rado induce i poco pazienti o i troppo violenti a tagliar corto e ad appiccar fuoco alla casa nella speranza o nell’illusione di riacquistare una libertà minacciata o perduta.




Voi vedete che con questa confessione vi ho già detto che se la scienza mi ha sospinto sulle ardue e faticose vie dell’Asia, non c’è tuttavia dubbio che lo sprone della scienza secondava in me nativa volontà d’evasione, un istintivo amore della libertà e dello spazio, il capriccio del fantasticare e del sognare che lo si soddisfa lontano dall’umano consorzio, quando si è soli fra la terra e il cielo, oggi qui domani là in un paesaggio quotidianamente nuovo, tra gente nuova, ma radicata dappertutto su questa terra antica dove anche gli uomini d’oggi sono la creazione inconsapevole di una tradizione millenaria e le vestigie del passato narrano a chi sappia interrogarle, i drammi delle vicende trascorse, i sogni vani o le speranze eterne.

 

Detto questo non vi sorprenderà se la congiunta istigazione della scienza e della libertà mi abbia condotto per quattordici volte sul Tetto del Mondo e sulle contrade vicine dal Sikkim al Karakorum, dall’Assam al Nepal, dalla giungla dell’India a Lhasa. 




Diciottomila chilometri percorsi a piedi in una delle contrade più fascinose del mondo, dove l’uomo umiliato dalla immensità e dai silenzi in ogni luogo immagina o sospetta presenze divine, invisibili ma certe; e circa otto anni, come dicevo, passati in tenda, senza tener conto delle molte settimane all’addiaccio nella pianura dell’India, nei lenti pellegrinaggi ai luoghi santi della tradizione religiosa, il vagabondaggio nella calura tropicale seguendo il serpeggiare sinuoso degli argini delle risaie, e quando l’aria era troppo cocente, le peregrinazioni notturne al chiaro di luna e la sosta diurna sotto l’ombra degli alberi di mango, in quell’orizzontalità assoluta della terra indiana, levigata come un mare pietrificato, in un combaciamento liscio e perfetto della terra e del cielo.




Vi dico subito che non ho mai amato le spedizioni numerose: uno o due compagni al massimo; un medico ed un fotografo: un fotografo perché tra me e la macchina, anche una macchina così semplice come la fotografica, esiste una incompatibilità assoluta; un medico per il soccorso dei carovanieri e soprattutto perché il medico con i suoi interventi in luoghi deserti di ogni assistenza, attenua le innate diffidenze. 

 

Ma sono andato anche da solo, anzi proprio in alcune delle più lunghe pericolose spedizioni, e quando mi avvenne di cader malato nel deserto di More a circa quattromila e ottocento metri, l’ufficio del medico che non c’era fu disimpegnato dallo stregone di un accampamento di nomadi, che o per caso o per perizia o per magico intervento in due giorni mi rimise in sesto. 




Per magico intervento, sospetto, perché egli raccoltosi in meditazione m’assicurò che io avevo piantato la tenda sopra la dimora di uno spirito sotterraneo e che pertanto questi corrucciato ed offeso per la violazione involontaria, mi aveva punito con la malattia; perché, secondo i tibetani, le malattie da due cause possono nascere: o da squilibrio degli umori o da interventi di demoni; e in noi in Occidente, perché l’uomo è povero d’idee e sempre sotto nuovi simboli o forme diverse se le presenta, diciamo la stessa cosa investighiamo e verifichiamo le vibrazioni del sottosuolo per accertare se ivi dimorando ne avremo vantaggio: com’è consuetudine dei rabdomanti che dalle oscillazioni del pendolo si fanno certi delle virtù dei luoghi che è la traduzione nel simbolo di una intuizione ancestrale: dove i tibetani dicono spirito noi diciamo forza, diverso nome per lo stesso mistero. 




Ma torniamo a noi: quella spedizione durò oltre un anno; percorsi più di quattromila chilometri solo. Voi sapete che a molti la solitudine, a lungo andare, riesce intollerabile e più d’un viaggiatore ho incontrato che s’affrettava a tornare indietro preso quasi da vertigine innanzi a quelle voragini di silenzio e di deserto. 

 

Non a me; anzi vi dico subito che la solitudine mi è sempre apparsa la migliore consigliera ed amica: estingue le diffidenze, i sospetti, quello stato di allarme continuo che, nella vita consociata, per la necessità della difesa e della vigilanza, rendono l’uomo guardingo: la vita all’aria aperta, fra gli alberi o le rocce, sotto il sole o lo stupore freddo della luna, restituisce all’uomo una serenità innocente. 

 

Queste città rimbombanti di rumori e stridori e scoppiettii, la corsa obbligata fra mura e rotaie, il necessario incedere a testa china nei lunghi corridoi delle strade che tagliano il cielo a fette, soprattutto il vivere inconsapevoli della Grande Madre comune, privano l’uomo di resistenze fisiche necessarie, logorano i nervi, intossicano lo spirito, ingombrano la mente di cure vane.




Tutto questo non è posa letteraria, molto meno romanticismo. Il romanticismo è sempre una contraddizione fra la realtà e la fantasia; il romantico sogna evasioni immaginarie restando seduto al tavolino: ma io questa vita l’ho vissuta e spero di viverla ancora finché gli anni o il corpo più del mio volere potranno. E poi siamo sinceri: in noi tutti s’asconde, sia pure inconsapevole, l’ansia di un ritorno alle origini.

 

L’uomo cominciò con l’essere un nomade; ma questo modo antico depositato in fondo al nostro subconscio monta spesso alla superficie con i suoi capricci archetipali e con la bramosia del viaggiare che sboccia in noi con il limen della ragione e ci accompagna per tutta la vita. E ne giova perché apre la mente.

 

‘L’uomo che non viaggia per vedere tutta la terra - diceva un poeta indiano - è come un ranocchio nella pozzanghera, e l’intelletto si restringe come una goccia di burro sull’acqua; ma a chi viaggia l’intelletto si allarga come una goccia d’olio sull’acqua’. 

 

Un altro più smaliziato aggiungeva: ‘Visitare i pellegrinaggi, aver conoscenze dappertutto, vedere varie e mirabili cose, allargare l’intelligenza, guadagnare in eloquenza, questi sono i pregi del viaggiare; il difetto è uno solo ma grande: di starsene lontani dall’ambrosia delle labbra della ragazza amata’.




Però stiamo attenti: il viaggiare con i mezzi meccanici che traduce in termini moderni il nomadismo ancestrale, se ben considerate, è soltanto illusione di libertà, soggetto com’è al vincolo degli orari, ai posti negli alberghi, ai programmi certi, onde diviene piuttosto prigionia dalla partenza all’arrivo, senza evasone di soste o divari; persino l’automobile ci incatena per l’incanto della corsa, perché occorre sempre uno sforzo per sottrarsi alla malia della velocità ed ubbidire all’invito di una rovina o al richiamo di un orizzonte aperto. 

 

Ma quando avete una carovana tutto è diverso; vi sentite padroni del mondo: i padri antichi che vennero forse dall’Asia a popolare la squallida Europa, rivivono in noi, vi sentite parenti di conquistatori primordiali; oggi qui domani non sapete dove, dove c’è l’erba ed acqua o dove vi incanta la bellezza dei luoghi, la maggior delizia per il poeta che in fondo a noi, se non siamo divenuti come i bruti torpidi e sprovveduti, sempre vigila e sogna. 

 

Soltanto allora trovate e godete la libertà, non quella di cui tutti oggi parlano, perché libertà nel vivere consociato vuol dire soltanto piegarsi alle consuetudini o alla volontà della maggioranza e della forza, o quel consenso con l’opinione comune che significa di fatto non avere la propria: e non c’è nessun arzigogolo filosofico che mi abbia mai persuaso del contrario; perché libertà è quella dell’uomo che parla con le stelle e contempla le montagna che si aprono al sorriso dell’alba o del tramonto e allora rivelano le loro resistenze e debolezze, o ascolta quella musica della natura che già commosse i filosofi della Cina antica. 




Rileggiamo insieme una pagina celebre di Chuang tzu: 

 

Il grande respiro della natura è il vento: ora non soffia: ma quando soffia tutte le cavità gagliardamente risuonano. 

 

Non hai tu mai inteso questo strepito?

 

Gli erti pendii sulle montagne boscose, le cavità e i fori degli alberi antichi sono come nasi, mascelle, orecchie, anelli, mortai, pozze, superfici di lago. 

 

E il vento sibila, stride, geme, soffia, schiamazza, scoppia; comincia con tono aspro, poi ansima, flebile armonia quando il vento è debole, ma quando la tempesta scoppia è tutto un crescendo. 

 

Non hai tu visto come allora tutto è scosso e mosso?




Ed è un motivo ripreso con più sognante dolcezza da un poeta contemporaneo del Pakistan, Mohammad Iqbal, benissimo tradotto dal nostro Bausani (ndr Alessandro, Islamista):

 

Vengo dal vasto mare, dalle cime de monti,

ma non conosco il luogo lontano dove son nato.

Al triste augello porto messaggi di primavera,

in fondo al suo nido riverso gelsomini d’argento.

Rotolo sopra l’erba, e allo stelo del tulipano m’avvinghio,

e colori e profumi gli spremo nell’intimo seno;

e, a che non si pieghi a mie carezze il suo gambo,

soavissimo e lieve m’abbraccio al collo del fiore.




E quando il poeta lamenta il dolor dell’amica Alitando a fiotti, mi mescolo ai suoi melodiosi sospiri!

 

Ecco perché i ricordi più belli della mia vita sono quelli delle mie spedizioni, forse perché alla sorpresa delle scoperte è commisto questo ritorno alle origini: ed anche il ritrovarsi fra mezzo un’umanità più semplice, più dolce, meno disposta all’offesa o all’inganno se anche qualche volta, sulle prime, perché sospettosa dello straniero, dei suoi modi, delle sue intenzioni, delle sue stranezze e soprattutto della sua abituale mancanza di rispetto per le tradizioni, i culti, i dei suoi. 

 

Ed è questo l’ostacolo più difficile da superare, perché mezzi adeguati e cuore saldo hanno ragione delle montagne, ma la diffidenza dell’uomo, le tortuose ed ascose vie delle sue idee e fantasie, delle speranze o dei timori suoi, si vincono soltanto con l’accoglimento cauteloso o l’adattamento ai costumi onde per la lenta consuetudine nasce poi la reciproca simpatia. Ma vi assicuro che, fatte le somme, è più facile farsi degli amici colà che fra noi, dove le conoscenze son molte e le amicizie scarse.




Qualcheduno di voi pensa certo che sto parlando molto di me e delle mie idee; ma voi, invitandomi a dire della vita nomade, dovevate pur attendervi questa mia confessione spontanea e necessaria innanzi a persone che immagino abbiano la mia stessa ansia d’evasione, agli stessi perduti amanti dello spazio e della campagna, di questa nostra campagna raccolta, serena, senza inganni e tranelli, come spesso in Asia, lieta di una sua familiare dolcezza che ti conforta e accoglie come persona amica e nota.




E non potevo non parlarvene perché questo vagabondaggio è il meglio della mia vita, onde a distanza di tempo, raccogliendomi spesso in me stesso, basta che io chiuda gli occhi e subito, fermando la mente ed il ricordo sui luoghi attraversati, mai mi accade che essi non cedano alla evocazione e non mi appaiono innanzi lucidi e precisi; così viva ne restò l’impressione appunto per lo stupore e l’attenzione congiunti e mai stanchi o lenti, e per quell’andare sempre a piedi e mai a cavallo, per modo che la terra incognita a passo mi si discopre e svela come sospirata amante. E credo di parlarvene per questo motivo e familiarità.




Vi ho già detto: otto spedizioni nell’Himalaya; sempre su luoghi nuovi e dove lo stimolo della ricerca e la necessità degli studi mi conducevano, onde i miei itinerari si sono svolti per migliaia di chilometri nel cuore del Tetto del Mondo oltre quelle cime himalayane splendenti nell’azzurro purissimo che apparvero ai poeti dell’India come i denti della Terra protesa a baciare amorosa il cielo che l’ammanta e riscalda.

 

Non vi aspetterete da me che io ritorni su questi viaggi e sulle loro vicende; vi rinuncio, ma a malincuore perché, se la tirannia del tempo e il ritegno che ogni persona ben nata prova nell’intrattenere altrui sulle cose che egli ama non me ne facessero divieto, gioia per me sarebbe, prendendo pretesto dall’occasione, ripercorrere qui con voi i pellegrinaggi lunghi e riviverli nella chiarezza delle invocazioni. 

 

Ma come posso ora riassumere le vicende e nominare tutti i luoghi percorsi?




Da Cherrapunj a strapiombo sulla pianura dell’Assam dove cade la maggior precipitazione di pioggia che nel mondo si ricordi, con improvvisi, continui rovesci, una cataratta compatta e pesante contro cui non c’è protezione che valga, a Kohima fra i Naga, nel 1926 ancora cacciatori di teste umane, gelosamente custodite come trofeo nelle capanne, ed ora dopo le vicende dell’ultima guerra, con un balzo improvviso, dalla primordiale crudezza, passati alle schermaglie della politica per darsi una propria autonomia; dalla calura umida delle valli del Sikkim vigilate dallo scintillio del Kanchendzonga e dai suoi seguaci minori, alla serenità dei laghi del Kashmir sulla cui lucentezza immota si rispecchiano i monti come per protezione del luogo incantato, dove, nel conforto di una natura gentile, sembrò acuirsi la vivacissima genialità indiana; o dalla pietraia squallida del Ladak serrato fra le rupi che sembrano commiste d’oro e diamante, all’insidia della giungla nepalese, dove torni alle origini, e nell’indifferenziato erompere delle forze opposte la vita e la morte coesistono e si sovrappongono nell’intrigo luttuoso; e poi i silenzi del Tibet occidentale, quel lago sacro del Manasarovar sul quale si rifrange di lontano la purezza intatta del Kailash, venerato come il centro del mondo, la colonna del cielo, l’inviolata dimora degli dei.




Intorno, sui pianori immensi, a quattromila e cinquecento metri, bande di razziatori e briganti insidiano gli accampamenti di nomadi pingui di mandrie e di greggi, ma colonne di pellegrini convenuti da ogni parte dell’Asia trascinano sulle lande inospiti la propria stanchezza ed esaltano la propria fede desiderosi di lasciarvi il corpo vinto per dissolvere lo spirito nella immota, lucente, spersonificata immortalità del nirvana. 

 

E poi le grandi città monacali, Saskia, Taschilunpo, Ghiantse ed infine Lhasa stesa a chiedere la benedizione e la protezione della presenza divina incarnatasi per trarre gli uomini dall’errore alla verità, nell’austera dimora del Potala sui cui tetti d’oro il sole sempre brilla e rimbalza. 




Poi valicato il fiume Tsanpo che gli indiani, quando scende dopo lunghissimo e tortuoso cammino nella loro terra chiamano Brahmaputra, anzi percorrendolo gran parte su barche fragili fatte con pelle di yak distese su una intelaiatura di rami di selce - e l’acqua da quella superficie trasparente trasuda da tutte le parti - verrà la ricerca nel Tibet centro meridionale delle tombe dei re tibetani e la loro scoperta. 

 

Quando il Tibet si schiuse ancor più per le vicende politiche che sopravvennero, le esigenze delle ricerche mi condussero di nuovo nel Nepal: e nel 1952 e nel 1954 percorsi oltre duemila chilometri dai confini tibetani molto oltre quell’Annapurna e quel Daulaghiri che l’ardimento degli scalatori ha conteso al mistero della leggenda, fino agli estremi lembi del Tarai, la giungla malsana dove la morte è sempre in agguato nei miasmi e nell’umidore pernicioso e malato.




In tutte queste peregrinazioni la mia casa è stata la tenda, che per amore della libertà ho sempre preferito all’alloggio delle case ospitali, anche quando i rigori del clima o il pericolo delle bande armate lo rendessero più agevole o sicuro. 

 

Nel Tibet occidentale mi è occorso nello stesso giorno di avere sbalzi di temperatura superiori ai sessanta gradi fra il colmo del giorno e della notte, ma non per questo ho tradito la tenda Moretti per l’ospitalità che l’abate di Toling mi aveva offerto; e quando cedetti all’invito gentile, come accadde a Yerpa, ad oriente di Lhasa, e fui accolto nell’appartamento riservato ai grandi dignitari mal me ne incolse, per quel frastuono di tamburi e di trombe che anche nel cuore della notte o nel primo incerto lucore dell’alba chiamano a raccolta nel tempio monaci e novizi, e i tonfi dei tamburi giganteschi rintronano nelle sale deserte e si rincorrono e si moltiplicano nella valle stretta, sulle cui pareti s’aprono le celle degli eremiti murati volontariamente nel rifugio irraggiungibile per ivi meditare e morire. 




Né mai spiacevole avventura mi sorprese nella tenda, se non forse nel 1933 quando alle falde del Rotang, il passo, insieme con lo Zoji, tristemente famoso per le valanghe sterminatrici, accampatomi sulle rive del Bias, che lì è ancora poco più che un languido torrente, per improvviso ed imprevisto temporale scatenatosi la notte, risvegliati dal fragore delle acque in tumulto, facemmo appena in tempo a trovar ricovero in una prossima altura, sotto il rovescio pauroso. 




E d’altro disagio non mi sovviene se non quello della innocente curiosità della gente che all’arrivo dell’inusitato forestiero, si raccoglie in cerchio intorno e assiste al montaggio delle tende, e vuol vedere come sono fatte, e studia i letti da campo, e si diverte un mondo la mattina, quando ci si lava e ci si insapona, per essi insolito e strano perditempo; e i più coraggiosi e spavaldi entrano addirittura nella tenda, o quando voi volete star soli a fare i vostri comodi essi aprono un lembo della porta e spiano furtivi: non per rubare, ché non sanno e non vogliono, ma per vedere che cosa c’è o come si passa il tempo là dentro, perché i tibetani le tende le hanno anche loro: i ricchi quelle cinesi, colorate, gigantesche, sontuose che ci vuole tutta una carovana per trasportarle, e i poveri od i nomadi, quelle fatte con lana di yak nere con un buco al sommo per lasciar passare il fumo della cucina all’interno; mentre noi la cucina la facciamo, se il tempo lo permette, all’aria aperta, alimentandola con lo sterco delle bestie raccolto lungo i sentieri ed i pianori nella squallida sassolaia del Tetto del Mondo o, nella valle nepalese, con la ramaglia acquosa della giungla, che crepita e cigola e spande un fumo grigiastro e pesante sospeso ed inerte nell’aria immota. 




Quella curiosità infantile, e qualche volta per l’insistenza o l’inopportunità molesta, mi ha consigliato sempre a piantare le tende lontano dall’abitato per aver più calma e raccoglimento; ma non c’è poi da farsene meraviglia perché anche in Italia non di rado mi è occorso di vedermi seguito, all’arrivo in qualche paese, da uno stuolo di ragazzi curiosi come se il camminare che non abbia altro scopo che lo starsene soli con la campagna sia stranezza in questi nostri tempi intesi al pratico che pure sempre più si abbandonano al caso e a tutte le lotterie e i totocalci e i quiz e paiono sospendere le fortune dell’uomo al capriccio e non alla volontà precisa e sicura. 




Il vagabondaggio fra i monti, la passeggiata solitaria nel folto dei boschi, le camminate lunghe da paese a paese seguendo la traccia dei greggi sembrano a molti poco meno che estro o posa: e ben capisco come una volta scendendo d’inverno da Collarmele a Sulmona, ed era tutto coperto di neve e il cielo grigio e l’aria freddissima, passando vicino ad uno dei paeselli tutti raccolti come per farsi caldo intorno al castello antico, una vecchietta che tornava dal campo con un fascio di legna ci domandasse dove andavamo e lamentasse la nostra miseria che non permettendoci di prendere il treno ci costringeva a quel disagiato cammino.




E giacché sto aprendomi a voi, in questo amichevole colloquio, voglio dirvi che un’altra letizia io trovo in questo vagabondaggio. L’orologio cessa il suo impeto: questo inesorabile distributore e padrone delle nostre ore più non serve; il tempo è scandito con altri ritmi, è segnato dal silenzioso corso del sole e della luna: le albe ed i tramonti sono i limiti necessari ed assoluti. 

 

E diciamo ancor maggior fascino: la vita nomade è soggetta all’imprevisto; a dire il vero tutta la vita dell’uomo è sospesa all’imprevisto, per sua fortuna forse, perché così può evadere dalla noia del consueto e del certo che poco è più morte. 

 

Ma l’imprevisto della vita consociata è subdolo e malvagio, spesso irreparabile e sdegna e turba ed inasprisce, perché quasi sempre opera ad arte degli altri, quegli altri nei quali siamo pure noi, che dovrebbero amarsi o compatirsi, così si dice, ma in fatta si temono, si scontrano, si offendono, s’hanno in uggia o in dispregio. 




Ma l’imprevisto della vita nomade è l’imprevisto della natura, nella solennità e nella liberalità delle sue vie improvvise, delle sue magnificenze e delle sue ire e l’uomo risvegliatosi nella sua solitudine antica stupisce e trema dinanzi alla Madre terribile e magnanima: lui e la natura, lei la onnipotente, la onnipresente; lui fugacissima ombra. 

 

Si ridestano allora, irrefrenabili nel cuore, certe indefinite meraviglie e paure che la coscienza afferra vagamente, tenebra e luce insieme, che conferiscono agli spazi nei quali erriamo sperduti un’animazione improvvisa: e quelli tutti si popolano di presenze e potenze invisibili ed audaci, come per ricordare all’uomo la sua umiltà e la sua fragilità, effimera creatura per incomprensibile destino o caso venuta alla luce per presto tornare nel grande mistero della vicenda eterna che sempre mutando a se medesima sopravvive. 




E questo è l’ammonimento della metafisica trasparenza delle pitture cinesi dove l’uomo ascolta distaccato o dimenticato il dialogo dei monti e dei boschi, nell’indolenza delle brume come sospiri sospese che, velando, aprono meditazioni luminose.

 

Eppure nella prigione di quel piccolo corpo umano è racchiusa, come gemma nelle scorie, una luce chiara e misteriosa nella quale soltanto la natura inerte e muta può contemplarsi, ammirarsi ed esaltarsi.

 

Invitiamo dunque i giovani alla vita del campeggio all’aria aperta, perché essi guadagnino quanto perdono nella vita cittadina: non dico in salute ma in spirito. 




Torniamo alla campagna e ritroveremo nella sua chiarità e sincerità l’uomo perduto; quell’uomo che mai dimentica la tradizione in cui fu nutrito perché l’ha quasi raccolta con il sangue dei suoi padri, e ne vive e se ne alimenta, ma si spoglia di tutto il caduco, delle labili architetture nelle quali la storia ed i  tempi ci conducono ed imprigionano; riscattiamo quel fanciullo che trepido o stupito può ancora abbandonarsi nel grembo della Gran Madre, di quella Gran Madre Natura che gli Indiani, gran maestri di vita, invocavano ed invocano ancora come la sorgente benigna e tremenda della vita e della morte.




Omaggio a te sostentatrice dell’Universo;

di tutto sei tu il sostegno

e sei pure la cosa sostenuta.

Tu sei la morte e l’energia che a tutto dà vita.

Tu sei l’atomo nella sua elementare natura e nella sua combinazione.

Tu sei materia sottile e materia estesa.

Tu sei l’esistenza e la non esistenza, spazio e tempo.

Signora del tempo e fuori del tempo,

Tu sei il grande ostacolo e la grande spinta

La grande forza cosmica che a tutto dà nascimento.

Tu sei oltre il nostro intelletto,

la matrice dell’Universo, la Grande Legge

la splendida. Essenza di tutte le forze.




Io per conto mio questa vita nomade negli spazi aperti e luminosi tanto l’ho desiderata, sentita, goduta che son sicuro, qualora giungessi ai limiti della vecchiezza e non più mi fosse concesso per la debolezza delle membra di salire le cime, pure sempre consolerebbero i sogni che nella tarda età rallegravano il maggior poeta della Cina:

 

Sognai che di notte ascendevo le montagne,

Solo, con il mio bastone cavo;

Mille rupi, centinaia di valli,

nel mio viaggio sognato tutte le percorrevo

e le me gambe non si stancavano

e il mio passo era gagliardo come nei giovani anni.

Può forse accadere che quando la mente va indietro nel tempo

anche il corpo come prima ritorni?

Può forse accadere, come succede per l’anima e il corpo,

che il corpo languisca e l’anima sia salda?

Anima e corpo - entrambi vacui;

sonno e veglia - entrambi irreali.

Di giorno le mie gambe barcollano

di notte io cammino sulle montagne.

Come il giorno e la notte sono divise in parti uguali,

così fra i due io guadagno quanto ho perduto.

 

(Giuseppe Tucci)









 

venerdì 22 settembre 2023

IL PAGANO

 







     Approfondimento circa 


    precedenti capitoli






Credo che per ovviare ad ogni umano (o disumano…) fraintendimento circa la vera comprensione di suddetto ed ogni scritto (a voi proposto) abbisogniamo di un breve Commentario, così come si era soliti un Tempo di cui ne abbiamo smarrito l’odierno senso disperso in un nuovo ‘brevario’; riponendo (qual simmetrico ‘papiro’) - il nostro ed altrui Pensiero - al passato... Ovvero, comporre un più sano ‘presente’ all’afflitta corrotta regalità d’ognuno - riposta e/o celata - nel vasto scrigno dell’Anima; compreso - e non per ultimo - il custode Sovrano (…sovente assente alle propria funzione da cui lo Stato sempre presente…), se del nome ne è degno in codesto regno terreno, ci lasci il privilegio e il più che fidato onore delle chiavi delle porte d’un diverso tempo trapassato (come poi leggeremo); giacché sempre la rima si confonde con la tirannia, e da ogni ugual Sovrano senza più piano o più umile cantina ne contrasta la prestigiosa soppalcata attica avventura; sino al tetto di questo et ogni regno terreno. Non meno dell’umile custode d’ogni buona o cattiva Fede (per chi capace nel difficile Giudizio in dialogo con Dio, e di conseguenza imporre gloria o martirio in abuso d’uffizio; pur difettandone la geografia ove il regno compone una diversa immateriale ricchezza…) in rappresentanza della violata sacralità d’ugual portineria con copia di chiavi per la corda del paradiso (…sovente per noti motivi amministrativi l’ascensore non adempie alla funzione richiesta…), troncata alla più veloce fuga da ogni impero senza sovranità alcuna al ‘pil’ d’una insana pretesa economica sino alla più nota ‘cupola’... (detto ciò prosegue alla pagina nona della stessa non meglio specificata dottrina; la nonna dorme si prega di non disturbare! Grazie!.)

 

 



Sono convinto, infatti, di non sbagliare, se modifico un poco la parola di Platone, dicendo che ‘ogni uomo’ e, tanto più, un re ‘ha disposto la propria vita nel modo migliore, se fa dipendere da dio tutto ciò che porta alla felicità e non fa affidamento su altri uomini, dalle cui azioni, buone o malvage, possa essere costretto, lui stesso e i suoi affari a girare a vuoto’.

 

Se, poi, nessuno consente di parafrasare e di alterare il testo né di cambiarne una sola parola, ma impone che lo si lasci permanere immobile, come un tempio antico, ebbene, neppure così potremo affermare che quel saggio abbia potuto intendere qualcosa di diverso.

 

Giacché, l’‘uomo in se stesso’ non si riferisce certo al corpo, né alle ricchezze, né alla nobiltà di nascita o alla gloria degli antenati; sono queste proprietà personali dell’individuo, ma l’uomo in sé non è queste cose; è, piuttosto, nell’intelletto e nella saggezza, in una parola nel dio che è dentro di noi: ciò che, appunto – egli afferma anche altrove – ‘in noi è la specie più importante di anima’, e che ‘il dio diede a ciascuno come demone’, che – noi diciamo – ‘abita nella parte superiore del corpo, e dalla terra ci eleva verso la nostra parentela celeste’.

 

Da questa, dunque, egli ordina che ogni uomo debba dipendere, e non da altri uomini; infatti, questi ultimi, quando vogliono arrecarci danno od ostacolo in altre cose, spesso ci riescono, anzi, ci sono già stati alcuni che, anche senza volerlo, si sono impadroniti dei nostri beni; quella parte, invece, è l’unica che non può ricevere impedimento né offesa, giacché ‘non è consentito che ciò che è migliore sia danneggiato da ciò che è peggiore’; e anche questo pensiero da quella fonte proviene.

 

Mi sembra, però, di appesantirvi di citazioni platoniche, spargendo un po’ di paroline come se si trattasse di sale o di pagliuzze d’oro; di questi l’uno rende più gradevole il cibo, le altre più fastoso l’aspetto delle cose; e, in effetti, entrambi i pregi si ritrovano negli scritti di Platone: essi sono più piacevoli di altri all’ascolto e, in più, mirabili nel nutrire l’anima in modo piacevole e purificarla.




Sicché non dobbiamo esitare, né temere il biasimo, se qualcuno ci rimprovera di essere insaziabili, e di afferrare di tutto così come fanno nei banchetti i golosi, che afferrano ogni cosa che c’è da mangiare e non resistono a non toccare quello che è posto loro dinanzi. In qualche modo ci sembra che questo capiti anche a noi, quando celebriamo un elogio e, al tempo stesso, delle dottrine, e, prima di aver concluso per bene il discorso precedente, lo interrompiamo a metà, per spiegare citazioni di filosofi; ma a coloro che ci muovono critiche del genere si è replicato già prima, e forse si avrà modo di rispondere loro anche in seguito.

 

Ma adesso, dando continuità al discorso presente, ritorniamo di nuovo al principio, come fanno coloro che nelle gare di corsa prendono lo slancio prima del tempo.  Platone, allora, afferma – si diceva già prima – che l’intelletto e l’anima sono l’uomo in sé, mentre il corpo e i beni sono proprietà dell’uomo.

 

Questa distinzione si trova nelle mirabili Leggi.

 

Come, dunque, se qualcuno, ricapitolando dall’inizio, dicesse:

 

‘ha disposto nel modo migliore la propria vita colui che dall’intelletto e dalla saggezza fa dipendere tutto ciò che porta alla felicità e non da agenti esterni, dalle cui azioni o vicende, positive o negative, possa esser costretto a girare a vuoto’,

 

…non distorce o tradisce il pensiero di Platone, ma lo interpreta e spiega correttamente, così, anche chi pone ‘dio’ in luogo dell’espressione ‘se stesso’ non sbaglia.

 

Se, infatti, quel demone che è in noi, che è per sua natura impassibile e affine alla divinità, ma molto subisce e tollera a causa dell’unione con il corpo, sì da dare a molti l’impressione che anch’esso soffra e vada distrutto, è collocato da Platone a dirigere tutto il corso della vita – almeno quella di colui che aspira a essere felice –, cosa c’è da aspettarsi che egli pensi di un intelletto puro, che non si mescola con un corpo terrestre?




Anche questo, certamente, noi diciamo che è dio, ed è a lui che noi esortiamo ad affidare le redini della propria vita ogni uomo, sia egli un privato cittadino o un sovrano – almeno colui che sia veramente degno del titolo, non un bastardo o un impostore, ma uno che comprenda e senta il dio in virtù della sua parentela con lui, che a lui, da persona saggia, consegni l’Impero e gliene ceda la cura.

 

Sarebbe follia, infatti, e arroganza eccessiva non obbedire al dio con ogni mezzo e per quanto è possibile, coltivando la virtù; proprio questo, infatti, si deve pensare che sia al dio particolarmente gradito. Certamente, neppure bisogna astenersi dal culto conforme alla legge, né tralasciare di rendere un onore simile all’Essere superiore, ma è nella virtù che va posta la forma di religiosità più alta. La santità è infatti figlia della giustizia; e che questa sia propria della parte divina dell’anima non sfugge a nessuno di quanti si occupano di tali argomenti.

 

Forse, però, per voi non è facile negare credito a uomini saggi e divini che affermano molte opinioni, ciascuno per suo conto, ma il fondamento dei loro discorsi è l’elogio della virtù. Dicono che essa nasce nell’anima e che la rende felice, regale e – sì per Zeus – idonea a guidare i governi e gli eserciti, magnanima e ricca davvero, non perché possiede l’oro di Colofone, né quanto racchiudeva la soglia di pietra del Saettatore prima, in tempo di pace, quando le condizioni dei Greci erano prospere, né un vestito di lusso, o pietre preziose dell’India, e molte migliaia di pletri di terra, ma perché ha ciò che è migliore e più gradito agli dèi di tutte queste cose insieme, qualcosa che è possibile preservare anche in mezzo a naufragi, in piazza e fra il popolo, in casa e nei deserti fra i predoni, o al riparo dalla violenza dei tiranni.




Perché non c’è nulla, in una parola, di più potente, che possa rapirla a viva forza o strapparla a chi ne sia, una sola volta, venuto in possesso: essa, infatti, è davvero, per l’anima, ciò che – credo – è la luce per il sole.

 

Spesso molti uomini, dopo aver distrutto e saccheggiato i templi di Helios e le sue offerte, fuggirono, e alcuni ne scontarono il fio, altri furono lasciati perdere, perché indegni della punizione che porta alla correzione. Nessuno, però, può privare il sole della sua luce, neppure la luna, quando, nelle sue congiunzioni, passa sotto il suo disco e spesso, intercettando i suoi raggi, ci mostra, come si dice, la notte a mezzogiorno.

 

Neppure il sole stesso si priva della sua luce, quando illumina la luna che si trova nella posizione opposta e la rende partecipe della propria natura, né quando colma dello splendore del giorno questo grande e meraviglioso universo. Allo stesso modo, dunque, neppure un uomo buono, che estende la virtù a un altro, è mai apparso averne di meno perché l’ha condivisa; a tal punto si tratta di un possesso divino e splendido e non è falso il discorso dell’ospite ateniese – chiunque mai sia stato quell’uomo divino: ‘tutto l’oro che è sotto la terra e sopra la terra non vale quanto la virtù’.

 

Con piena fiducia, dunque, chiamiamo pure ricco colui che la possiede; anzi, io credo, chiamiamolo anche, se vi sembra opportuno, nobile e re, lui solo, di tutte le cose. Come la nobiltà è migliore rispetto all’oscurità di nascita, così la virtù è migliore di una disposizione non totalmente onesta. E che nessuno, considerando l’uso abituale delle parole, giudichi discutibile o forzato il discorso.




 Molti, in effetti, definiscono nobili i discendenti di coloro che sono ricchi da lungo tempo; eppure, non è assurdo che un cuoco o un calzolaio e – sì per Zeus – un vasaio, che abbia accumulato ricchezze grazie alla sua arte o con qualsiasi altro mezzo, non possa esser considerato nobile né ricevere questo titolo dal volgo, e se, invece, suo figlio, ricevuta l’eredità, la trasmette ai suoi discendenti, costoro senz’altro cominciano a darsi grandi arie e a rivaleggiare con i Pelopidi e gli Eraclidi in nobiltà?

 

Ma neppure un uomo che, nato da avi illustri, sia precipitato in una condizione di vita opposta, potrebbe a buon diritto reclamare una parentela con quelli, né potevano essere iscritti fra i Pelopidi quanti non portavano il segno distintivo di questa stirpe sulle spalle, e in Beozia, poi, si dice che agli Sparti la zolla di terra che li aveva generati e nutriti lasciò impressa una lancia, e da quel momento in poi, per molto tempo, si mantenne questo segno di riconoscimento per la stirpe.

 

Sulle anime, allora, non crediamo debba restare impresso alcun segno del genere, che indichi con precisione i nostri padri e confermi la legittimità della nascita?

 

Fra i Celti, dicono, c’è un fiume, che è giudice imparziale dei discendenti, e non si lascia piegare né dalle madri, che lo supplicano di coprire e nascondere la loro colpa, né dai padri, che temono dinanzi al suo giudizio per le mogli e per i figli; è un giudice sicuro e infallibile. Quanto a noi, invece, ci corrompe la ricchezza, ci corrompono la forza e la bellezza del corpo e il potere degli antenati, che dall’esterno si proietta come un’ombra e non ci consente di fissare con attenzione lo sguardo fin dentro l’anima; poiché, tuttavia, è proprio grazie all’anima che ci distinguiamo dagli altri animali, sarebbe naturale che in base ad essa noi pronunciassimo giudizi sulla nobiltà.


 

 E mi sembra che questo sia stato ben compreso dagli antichi, che per natura disponevano di una sagacia mirabile, e non avevano, come noi, un’attitudine al ragionamento acquisita, filosofavano senza alcun artificio, in maniera spontanea; e definirono Eracle figlio di Zeus e stimarono degni della stessa gloria i due figli di Leda, così come, credo, Minosse il legislatore e Radamanto di Cnosso; e molti altri ancora proclamarono discendenti di altri dèi, poiché avevano superato i loro padri naturali. Essi, infatti, guardavano all’anima in sé e alle sue imprese, e non a ricchezze abissali e imbiancate dal tempo, né a un potere trasmesso dagli avi e dai trisavoli; eppure, alcuni avevano dei padri non del tutto oscuri; ma furono considerati figli di dèi per l’eccezionalità della virtù che essi onorarono e coltivarono. Ciò è evidente a partire da questo: per altri eroi, non conoscendo quali fossero i loro genitori naturali, gli antichi ne ricondussero la gloria alla divinità, in omaggio alla loro virtù.

 

Sapete bene, infatti, che a fare un sovrano non sono certo una ricchezza antica, né una recente, che affluisce chissà da dove; né una veste di porpora, né una tiara, uno scettro, un diadema e un trono antico, né un gran numero di opliti e migliaia di cavalieri, neppure se tutti gli uomini si riunissero e di comune accordo lo proclamassero loro sovrano; giacché non è la virtù che questi gli offrono, bensì un potere che non è affatto una fortuna per chi lo assume ma lo è, molto di più, per chi lo offre. Infatti un uomo del genere, quando lo riceve, il più delle volte si eleva fino al cielo, senza distinguersi, in ciò, dal mito e dalla tragedia di Fetonte. E non c’è alcun bisogno di altri esempi a garanzia delle mie parole, dal momento che la vita intera è piena di tali sciagure e dei racconti che le tramandano.




Se, dunque, a voi sembra strano che questo titolo bello e caro agli dèi non possano (giustamente) pretendere coloro che regnano, sì, su un territorio vasto e su innumerevoli popoli, ma giudicano dei casi che occorrono con decisioni arbitrarie, senza intelligenza, saggezza, senza le altre virtù che loro si accompagnano, ebbene, sappiate che costoro neppure sono liberi, e non solo se al momento presente non c’è nulla che li ostacoli e sono essi al culmine del loro potere, ma anche se hanno la meglio su avversari che li incalzano, oppure, quando sono essi ad attaccare, si mostrano davvero irresistibili e invincibili.

 

Se, poi, qualcuno di voi non si fida di queste parole, non ci mancheranno testimoni illustri, Greci e barbari insieme, che, dopo aver combattuto e vinto molte e assai dure battaglie, assoggettarono, certo, dei popoli e li costrinsero a versar loro tributi, ma diventarono schiavi – e in maniera più vergognosa di quelli – del piacere, del lusso, dell’intemperanza, dell’arroganza e dell’ingiustizia.

 

Un uomo di senno non li definirebbe neppure forti, anche se la grandezza nelle loro imprese fosse evidente e sfolgorante, giacché forte è soltanto colui che con virtù è coraggioso e magnanimo; colui che, invece, è sottomesso ai piaceri, incapace di controllare l’ira e appetiti svariati, e costretto a cedere ai più meschini fra essi, costui non è  né forte, né coraggioso in ciò che costituisce la forza umana; bisogna forse concedergli di vantarsi della propria forza fisica, alla maniera dei tori, dei leoni o dei leopardi, a meno che non perda anche questa, e, alla maniera dei fuchi, non si metta a presiedere alle fatiche altrui, mentre egli stesso non è che un delicato guerriero,  vile e senza disciplina.




Un individuo del genere è privo non solo della ricchezza vera, ma anche di quella che riceve molti onori, rispetto e apprezzamento, da cui anime di ogni genere dipendono, e affrontano mille pene e travagli, sopportando ogni giorno, per guadagno, di andare per mare, di trafficare, di depredare o di usurpare le tirannidi; vivono acquistando sempre, in realtà sono sempre nel bisogno, e non intendo del necessario, cibi, bevande e vesti: una ricchezza di questo tipo, infatti, è stata perfettamente ripartita dalla natura e non è possibile che ne restino privi né gli uccelli, né i pesci, né gli animali, e neppure gli uomini moderati.

 

Ma quanti tormenta una brama e una sciagurata passione per le ricchezze, è inevitabile che abbiano fame per tutta la vita e che alla fine se ne vadano in modo molto più miserevole di quelli cui manca il quotidiano sostentamento; giacché questi ultimi, una volta riempito il ventre, ottengono una gran pace e un sollievo alla loro sofferenza, mentre per quegli altri non è piacevole neppure un giorno solo senza guadagno, né la notte, portando il sonno che scioglie le membra e gli affanni, dona requie alla loro folle frenesia, ma agita e sconvolge la loro anima, nel loro contare e ricontare il denaro; non potrebbe liberare questi uomini dall’avidità e dal biasimo che ne consegue nemmeno il possesso dei tesori di Tantalo e di Mida, neppure se vi si aggiungesse, in più, la tirannide, il più grande e dannoso dei demoni. 

 

(Giuliano)




 Odiernamente siamo accecati, pur pensando di aver maggior vista e con essa la presunzione della (polifemica) conoscenza, coniata al pari d’una moneta nella volontà dell’immediata comprensione (immediatezza) non più acquisita tramite un Credo scritto nel Fine di ogni probabile Salvezza attraverso ugual medesima Conoscenza; semmai e al contrario, l’effimera volontà di ‘contenere’ come ‘possedere’ (nell’immediatezza sottratta alla vera Comprensione) l’intero mondo evoluto e successivamente ‘calcolato’ sottratto alla relativa ricerca di un più certo dio qual ‘summa’ di quanto, in verità e per il vero, Creato (si badi bene, anche il materialista ateo differente dal laico, vittima o servitore del proprio dio, ugual peccatore servo del diavolo… senza nessun dio eccetto la ‘materia’ la più volgare ‘materia’ spacciata per oro della terra & coniata a forma di moneta…), ricomporre (e giammai ‘scomporre’) l’immateriale Spirito sottratto al karma della materia.

 

Relativi o assoluti principi di un simmetrico Mondo come di un Universo costantemente, nonché profondamente meditato, sino agli abissi d’una profonda Anima inviolata in talune sfere d’ugual immateriale geografia, affermata da talune Religioni (o filosofiche mistiche teologie), in costante ‘tellurica vibrazione’ posta nella remota Coscienza d’un Io affine al Dio (per causa o fine e/o scritto in un fine casuale ciò comporta e comprende molte Ragioni da intendere) così ‘creato’.

 

E ciò che scaturisce dall’immediato non simmetrico all’evoluta Conoscenza - con cui e per cui - intendere quanto Creato, e dall’uomo propriamente o impropriamente adoperato a suo piacimento sottratto al principio dell’Essere (o non-Essere) rivolto alla comprensione dell’appartenere (qual Essere) pur anelando all’Infinito donde si proviene (non-Essere); come millenarie e secolari simmetriche civiltà hanno affrontato ed ancora affrontato il karma della propria esistenza ‘caduto’ nell’oblio della Terra.

 

Sembra che solo l’Infinito interpretato possa scioglierne il difficile nodo di questa Coscienza.   

(Giuliano)


[PROSEGUE CON IL DIALOGO COMPLETO]