mercoledì 19 aprile 2023

L'ORSA MAGGIORE

 








Approfondimenti circa


l'uccidere per crudeltà e per...






Tu che ami la vita, il bene, la libertà, la giustizia, tu che speri in un mondo migliore senza più violenza, senza più dolore, come puoi nutrirti di animali e non inorridire nell’affondare i tuoi denti in quelle carni pregne di dolore?

 

Come puoi considerare legittimo mangiare la gamba, il fegato o il cervello di una creatura simile a te che non chiede nulla se non di avere il suo umile pasto e la sua libertà?

 

Come puoi accettare di buon grado l’idea che una creatura mite e possente come un cavallo, un bue, un vitello venga crudelmente allevato al solo scopo di essere ucciso, per te?

 

Non pensi quale meraviglia sia il corpo di un essere vivente, e quale stupefacente meccanismo racchiude?




Pensa alla capacità del suo cervello di elaborare pensieri, ai suoi occhi di percepire le cose, ai suoi orecchi di udire i suoni, al suo cuore di pulsare, ai suoi polmoni di assorbire l’aria, ai suoi reni di filtrare il sangue. Pensa a questo capolavoro dell’universo che sarà annientato per sempre, a causa tua.

 

Considera la tua vita e paragonala a quella degli animali allevati. La tua lunga vita è piena di tante cose, ma nella sua brevissima esistenza un animale d’allevamento non conosce che privazione e sofferenza. Mentre tu sei in una casa confortevole, pulita e riscaldata, al coperto dal freddo, dal gelo, dal vento, dalla pioggia; mentre tu dormi in un letto morbido e caldo; mentre ti svaghi, ti diverti, giochi, leggi, l’animale è li, al buio, incatenato senza potersi muovere e senza il conforto di potersi avvicinare al suo simile.




 L’animale non fa nulla, perché non può fare nulla, solo aspetta, nel buio della notte, mite, paziente, tra i suoi stessi escrementi, e non ha nulla se non la sua stessa vita. In una solitudine abissale, soffre in silenzio, in un dolore che non sa spiegarsi e contro il quale è senza scampo. E senza la possibilità di essere salvato si avvia impotente verso la morte.

 

Come puoi essere indifferente al dolore dell’altro tu che per ogni piccola ferita ricorri alle cure del medico?

 

Tu che ti rivolgi alle autorità per ogni piccola ingiustizia che subisci, come puoi considerare giusto e lecito infliggere l’ingiustizia suprema della privazione della libertà, della tortura e della morte ad una creatura innocente per soddisfare i tuoi piaceri?

 

Accetteresti ugualmente di buon grado l’ipotesi che noi e i nostri figli fossimo allevati da extraterrestri, contro cui risulterebbe impossibile ogni reazione, per diventare loro pasto?




 Tu che non hai pietà delle tue vittime ma speri che Dio ascolti le tue preghiere e possa preservarti dalla sofferenza e dalla morte, in che modo rispondi alle grida degli animali nelle mani dei carnefici ai quali tu li consegni?

 

Ma gli animali non soffrono solo negli allevamenti intensivi e nei mattatoi, veri e propri campi di concentramento e di sterminio.

 

Hai mai pensato a quale spaventoso inferno sono condannati centinaia di milioni di animali all’anno nei laboratori di sperimentazione?




 Pensa a quei gattini a cui sono state cucite le palpebre alla nascita per sperimentare capacità alternative alla vista.

 

Pensa a quell’uccello con il fianco spappolato da una fucilata: è come se l’esplosione di bomba avesse spezzato a te le gambe e non avessi nessuno a cui chiedere aiuto.

 

Pensa all’agonia dei pesci nelle reti.

 

Pensa agli animali da pelliccia allevati e spellati spesso ancora vivi.

 

Pensa agli animali nei circhi equestri costretti, con la frusta, la fame e le scariche elettriche, a ripetere per anni innaturali esercizi.

 

Pensa a tutto questo e se non ti dissoci da queste barbarie dovresti vergognarti di essere un uomo.




Ma non hai un cuore?

 

Non hai una coscienza?

 

In che ti differenzi dalla pietra inanimata tu che non consideri il dolore e la vita dell’altro ma che hai la presunzione di essere fatto ad immagine di Dio?

 

Gli animali a cui spegni per sempre la vita, tu che mangi la carne durante la tua esistenza, riempirebbero un campo da tennis. E non ti vergogni di un simile misfatto, di tale crimine contro la vita e contro la fratellanza universale?

 

Nella speranza di un cuore umano più giusto e sensibile sta il segreto del bene e della pace nel mondo. Come potrebbe l’uomo nuocere al suo simile se avesse la sensibilità di condividere il dolore degli altri?

 

Se fosse educato alla dolcezza verso ogni essere vivente?




Oggi abbiamo le prove scientifiche, forniteci dalla conoscenza della struttura ed evoluzione delle stelle, che tutti gli elementi di cui sono fatti i pianeti e tutto ciò che su essi si trova, compresi gli esseri viventi, sono il risultato delle reazioni nucleari che avvengono nell’interno delle stelle, e in particolare di stelle molto più grosse del Sole – con masse pari a 10 o anche 20 volte quella del Sole – che alla fine della loro evoluzione si trasformano da centrali nucleari da fusione perfettamente controllate (in cui, cioè, tanta energia producono tanta ne irraggiano nello spazio, fornendo luce e calore) in vere e proprie bombe nucleari.

 

In esse, nel giro di mezz’ora si scatena tutta una serie di reazioni nucleari incontrollate nel corso delle quali vengono prodotti tutti i 92 elementi che noi conosciamo sulla Terra.

 

La produzione d’energia è tanta e in così breve tempo che la stella esplode, seminando lo spazio interstellare di tutti gli elementi prodotti. Da questo spazio, così arricchito, si formeranno altre stelle, con i loro pianeti.




 Perciò anche noi, come tutti i viventi e tutto ciò che si trova sulla Terra siamo fatti di questi elementi, siamo il prodotto della morte di queste grandi stelle esplodenti, le supernove. Questa origine comune dovrebbe farci sentire come fratelli tutti gli esseri viventi, uomini e animali; e non solo gli abitanti della Terra, ma anche gli abitanti dei miliardi di pianeti che orbitano attorno ai miliardi di stelle che popolano l’universo.

 

Oggi abbiamo dunque l’evidenza scientifica che l’evoluzione dell’universo rappresenta la premessa per la teoria darwiniana secondo cui noi, gli organismi più complessi che conosciamo, siamo il frutto dell’evoluzione a partire dai più semplici organismi monocellulari.

 

Già Platone (428-348 a.C.) aveva avuto una straordinaria intuizione: gli esseri viventi sono varianti di un’unica materia primigenia, ovvero, La natura tutta è imparentata con se stessa.




L’uomo ha sempre ritenuto naturale sfruttare gli animali, sia per il lavoro sia per utilizzarne la carne a scopo alimentare, le pelli, le ossa, tutto ciò che da un animale si può ricavare, sia perché nel mondo ha sempre prevalso la legge del più forte – e il cervello umano ha reso la nostra specie più forte malgrado la nostra costituzione fisica relativamente debole rispetto a molte altre specie non umane – sia perché questa prevalenza intellettuale ha avvalorato la tesi di quasi tutte le religioni, che un dio o altre molteplici divinità abbiano creato piante e animali esclusivamente per nostro uso e consumo.

 

È umiliante pensare al trattamento inflitto al puledro da domare. Nato libero e felice di scorrazzare per i prati, è costretto presto a capire che deve unicamente obbedire all’umano che gli è salito in groppa. Le sue ribellioni gli costeranno solo frustate fino a che – domato – capirà chi comanda e si rassegnerà a una vita da schiavo. Può anche essere amato, ma è costretto a reprimere la sua vera natura.




È abbastanza recente una maggior sensibilità di gran parte della popolazione per le sofferenze degli animali, e che alla legge di natura – la legge del più forte – vada sostituita la legge di giustizia che riconosce i diritti degli animali, sta diventando un concetto condivisibile. Paradossalmente, invece, molte specie animali non sono mai state ridotte come oggi a vere e proprie macchine da carne, o da uova, o da pelliccia su scala industriale, prodotte in serie come su un’industriale catena di montaggio, e macellate su un’altra insanguinata catena di montaggio.




Pensate ai vitelli tolti quasi subito alle madri, ingabbiati in stretti box con le zampe legate perché non possano muoversi, perché ingrassino più in fretta, alimentati con cibi innaturali, addirittura con cartone triturato e imbevuto di antibiotici, senza mai assaggiare un filo d’erba, poi caricati brutalmente su camion dove stipati l’uno sull’altro, senza bere, per viaggi di ore e spesso anche di giorni, vengono portati finalmente ai macelli dove la loro breve vita di sofferenze terminerà, terrorizzati dall’odore del sangue e dalla vista dell’abbattimento di quelli che li precedono nella catena di montaggio dei cadaveri. Basta guardare i loro occhi per leggervi tutto l’orrore a cui sono stati e sono sottoposti, basteranno i loro sguardi per dirci se hanno o no coscienza.




Pensate alle galline ovaiole allevate in gabbie grandi quanto una scatola da scarpe, dove non possono nemmeno aprire le ali, o alzarsi sulle zampe piagate, perché il pavimento delle gabbie è una rete a larghe maglie, per lasciar passare gli escrementi, dove devono stare aggrappate con gli artigli, sottoposte a ritmi innaturali di luce oscurità per aumentare la produzione di uova; pensate a quelle allevate per la produzione di carne, ingrassate con immobilità e alimentazione forzata, ai pulcini che appena usciti dall’uovo vengono brutalmente esplorati da esperti che ne determinano il sesso; i maschi sono destinati alla “distruzione”, buttati via come fossero spazzatura, triturati vivi.

 

La stessa sorte tocca alle anatroccole della specie destinata a quella orrenda pratica alimentare che è la produzione del “foie gras”. A quanto pare solo il fegato dei maschi è adatto, e le femmine sono buttate via, triturate vive, trasformate in farina commestibile per altri animali, magari erbivori. A simili trattamenti alimentari si attribuisce l’epidemia della “mucca pazza”.




 Gli anatroccoli maschi dopo un breve periodo in cui crescono in maniera quasi naturale, vengono imprigionati in strettissime gabbie in cui non possono muoversi e sono ingozzati a forza. Si può solo augurar loro d’essere uccisi presto. Come un paese di alta civiltà quale è la Francia, che ha dato tanti scrittori e poeti all’umanità, possa tollerare queste torture e vantare la bontà di un alimento carico dei veleni e le tossine di animali malati e terrorizzati, è difficile capirlo.

 

Se anche tutti questi animali sono destinati a una morte precoce, non si potrebbe farli vivere in modo un po’ più naturale, a scapito di un profitto grondante sofferenza?




Certo, una volta la carne era un lusso per pochi, la maggioranza la mangiava una o due volte alla settimana e una sola volta al giorno, non tutti i giorni due volte al giorno, come avviene oggi. Gli animali erano allevati in stalle in cui avevano una certa libertà di movimento, molti vivevano all’aperto, nei pascoli, le galline potevano scorrazzare nei pollai, raspare sul terreno, svolazzare qua e là, anche se in uno stretto recinto, sempre però enorme rispetto ad una scatola da scarpe.

 

La sofferenza non mancava, ma almeno non era una costante dalla nascita alla morte.

 

La brutalità, le torture, il sadismo con cui vengono trattati gli animali negli allevamenti intensivi, nei trasporti da questi al macello, vengono descritti nel libro del veterinario animalista Roberto Marchesini, Oltre il Muro. La vera storia di Mucca Pazza, Franco Muzzio Editore, 1996.




 Eppure si potrebbe, rinunciando a una minuscola frazione del rendimento economico, trattare in maniera più umana questi animali curati per morire precocemente, sia negli allevamenti che durante i massacranti trasporti. Quanto sarebbe più caritatevole macellarli sul posto e trasportare la carne in vagoni frigoriferi.

 

E la barbarie con cui vengono trattati i polli? Stipati uno sull’altro in gabbie in cui non possono muoversi, sistemate l’una sull’altra a formare file di colonne alte alcuni metri, dove spesso muoiono soffocati, con le ali o le zampe fratturate.




Da bambina abitavo in una casa alla periferia sud di Firenze, in un rione chiamato il Gelsomino, in una strada – Via Leonardo Ximenes – che finiva in mezzo ai campi, e dalla terrazza sul retro a circa due o trecento metri in linea d’aria c’era un podere. Dal terrazzo s’intravedeva parte dell’aia e si sentivano i muggiti delle mucche nella stalla. Ogni tanto i muggiti erano continui e strazianti, giorno e notte. Le hanno tolto il vitellino, mi diceva il babbo, e la povera mucca lo cercava disperata, per giorni e giorni, una bestia, che secondo Cartesio sarebbe stata qualcosa di simile a una macchina, un robot che agiva solo per istinto, incapace di sentimenti e di dolore, un automa. Eppure Cartesio è stato un grande filosofo; come poteva non riconoscere “l’umanità” di tanti animali, specialmente mammiferi come noi?

 

Non ha mai guardato negli occhi un cane, un gatto, una mucca?




 Sempre sulla stessa aia, alla fine d’ottobre, altre urla strazianti, una grande eccitazione e andirivieni di gente sull’aia, di cui, per mia fortuna, intravedevo solo una piccola parte. Ma potevo immaginare tutto, anche perché avevo letto il barbaro rito con cui si uccideva il maiale, e l’aria di festa non turbata da quell’orrendo spettacolo. La povera bestia veniva legata con le zampe spalancate, tenuta dritta in piedi, come un Cristo in croce, perché quando l’avrebbero squartata il sangue colasse tutto nei recipienti, non se ne perdesse nemmeno una goccia, che sarebbe servita per fare “i sanguinacci” da mangiare col pane, come il salame o il prosciutto.

 

Alcuni anni dopo, ero all’università e quasi tutti i giorni salivo ad Arcetri, il colle alla periferia sud di Firenze, dove in un grande parco si trovava l’Istituto di Fisica, poi più in alto l’Istituto di Ottica e ancora più su, in cima al colle l’istituto di Astronomia e l’Osservatorio astrofisico. A un centinaio di metri in linea d’aria, il paesetto di Arcetri dove si trova la Villa Il Gioiello, e dove Galileo trascorse gli ultimi anni della sua vita, agli “arresti domiciliari” dopo essere stato costretto ad abiurare alla sua eretica credenza che fosse la Terra a ruotare attorno al Sole e non il Sole attorno alla Terra, come ci insegna la Bibbia.




Proprio sul piazzale da dove inizia la salita verso Arcetri c’era un grande cancello che si apriva sull’aia di un podere e di una casa colonica. Spessissimo c’era un camion fermo davanti al cancello su cui venivano caricati una decina di maialini di latte. Erano poco più grandi di un gatto o di un coniglio, tutti con la loro pelle liscia, rosea, senza peli, sembravano bambini neonati, e stridevano disperatamente, strappati alla mamma, buttati brutalmente sul camion come merce inanimata, destinati a morire appena nati. 

(M. Hack)







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