martedì 1 agosto 2023

VIOLENZA 'MANNARA'

 







Precedente capitolo con... 


David...   


Circa approfondimenti 


su talune... 


'Osservazioni'






(breve premessa)

 

Non dimenticherò mai la passeggiata che feci una notte a Vienne, dopo aver compiuto l’esame di una sconosciuta reliquia druidica, a La Rondelle, presso Champigni. Avevo saputo dell’esistenza di questo cromlech solo al mio arrivo a Champigni nel pomeriggio, e avevo iniziato a visitare la curiosità senza calcolare il tempo che mi ci sarebbe voluto per raggiungerlo e per tornare indietro. Basti dire che ho scoperto il venerabile mucchio di pietre grigie mentre il sole tramontava e che ho speso le ultime luci della sera a progettare e disegnare.

 

Poi mi voltai verso casa.

 

La mia camminata di circa dieci miglia mi aveva stancato, arrivando alla fine di una lunga giornata di posta, e mi ero azzoppato nell’arrampicarmi su alcune pietre fino alla reliquia gallica.

 

Un piccolo villaggio non era molto lontano, e mi recai lì nella speranza di noleggiare una carrozza che mi conducesse alla stazione di posta ma fui deluso. Pochi nel posto parlavano francese, e il prete, quando mi sono rivolto a lui, mi ha assicurato che credeva che non ci fosse mezzo di trasporto migliore nel posto di un comune charrue con le sue solide ruote di legno; né era necessario procurarsi un cavallo da sella. Il brav’uomo si offrì di ospitarmi per la notte, ma fui costretto a rifiutare, poiché la mia famiglia intendeva partire presto la mattina seguente.

 

Allora il sindaco parlò: ‘Monsieur non potrà mai tornare indietro…. stanotte, a causa del... del...’ e la sua voce si abbassò; ‘i loups-garoux’.

 

‘Dice che deve tornare!’ rispose il prete di rimando. ‘Ma chi andrà con lui?’.

 

 ‘Uno di noi lo accompagni’, aggiunse il sindaco, ‘non può tornare da solo!’.

 

‘Allora due devono andare con lui’, disse il prete, ‘e al ritorno potrete prendervi cura l’uno dell’altro’, concluse il sindaco!.

 

‘Picou mi ha detto di aver visto il lupo mannaro solo questa notte’, disse un contadino; ‘era giù dalla siepe del suo campo di grano saraceno, e il sole era tramontato, e stava pensando di tornare a casa, quando udì un fruscio dall’altra parte della siepe. Guardò oltre, ed ecco il lupo grosso come un vitello contro l’orizzonte, con la lingua fuori e gli occhi abbaglianti come fuochi di palude’.

 

Cosa potrebbero fare due uomini se fossero attaccati da quel demone lupo?

 

‘Sta tentando la Provvidenza’, disse uno degli anziani del villaggio; ‘nessun uomo deve aspettarsi l’aiuto di Dio se si getta volontariamente sulla via del pericolo. Non è vero, signor curato?. Te l’ho sentito dire dal pulpito la prima domenica di Quaresima, predicando dal Vangelo’.

 

‘Questo è vero’, osservarono diversi, scuotendo la testa.

 

‘La sua lingua penzola e i suoi occhi brillano come fuochi di palude!’, disse il confidente di Picou.

 

‘Mon Dieu! se incontrassi il mostro, dovrei scappare’, ha detto un altro.

 

‘Ti credo proprio Cortrez, posso prevedere quello che faresti’, aggiunse il sindaco.

 

‘Grande come un vitello’, intervenne l’amico di Picou.

 

‘Se il loup-garou fosse solo un lupo naturale, perché allora, vedi’ il sindaco si schiarì la gola ‘vedi, non dovremmo farci caso; ma, signor curato, è un demone, un demone peggiore, un demone peggiore dell’uomo, il demone dell’uomo-lupo’.

 

‘Ma cosa deve fare il giovane signore?’, chiese il prete, guardando dall’uno all’altro.

 

‘Non importa’, dissi io, che avevo ascoltato tranquillamente il loro patois, che capii. ‘Non importa, tornerò indietro da solo, e se incontro il loup-garou gli taglierò le orecchie e la coda e le manderò a M. le Maire con i miei complimenti’.

 

Un sospiro di sollievo dall’assemblea che ora è fuori pericolo.

 

‘Il est Anglais’, disse il sindaco scuotendo la testa, come se intendesse dire che un inglese può affrontare il diavolo impunemente.

 

Un appartamento malinconico era il marais, abbastanza desolato di giorno, ma ora, nell’oscurità, dieci volte più desolato. Il cielo era perfettamente limpido e di una tenue sfumatura grigio-azzurra illuminata dalla luna nuova, una curva di luce che si avvicina al suo letto occidentale. All’orizzonte arrivava una palude oscurata da pozze d’acqua stagnante, dalla quale le rane continuavano a cantare un incessante trillo per tutta la notte d’estate.

 

Erica e felci ricoprivano il terreno, ma vicino all’acqua crescevano densi ammassi di canneti e giunchi, tra i quali sospirava stancamente il vento leggero. Qua e là sorgeva una collinetta sabbiosa, ricoperta di abeti, che sembravano macchie nere contro il cielo grigio, nessun segno di abitazione da nessuna parte, l’unica traccia di uomini era la strada bianca e dritta che si estendeva per chilometri attraverso la palude.

 

Che questo quartiere ospitasse lupi non è improbabile, e confesso che mi sono armato di un robusto bastone al primo gruppo di alberi attraverso il quale la strada si è tuffata.

 

Questa è stata la mia prima introduzione ai lupi mannari, e la circostanza di trovare la superstizione ancora così prevalente, per prima cosa mi ha dato l’idea di indagare sulla storia e le abitudini di queste creature mitiche.




 

 (la mannara violenza)

 

Dato che la violenza - in quanto distinta dal potere, dalla forza, o dall’autorità - ha sempre bisogno di ‘strumenti’ (come faceva notare Engels molto tempo fa), la rivoluzione tecnologica, una rivoluzione nella fabbricazione degli strumenti, è stata particolarmente marcata in campo militare. La sostanza stessa dell’azione violenta è governata dalla categoria mezzi-fine, la cui caratteristica principale, se applicata agli affari umani, è sempre stata che il fine corre il pericolo di venire sopraffatto dai mezzi che esso giustifica e che sono necessari per raggiungerlo. Dato che il fine dell’azione umana, a differenza dei prodotti finali della manifattura, non può mai essere previsto in modo attendibile, i mezzi usati per raggiungere degli obiettivi politici il più delle volte risultano più importanti, per il mondo futuro, degli obiettivi perseguiti.

 

Inoltre, mentre i risultati delle azioni degli uomini vanno oltre il controllo dei protagonisti, la violenza ha al suo interno un ulteriore elemento di arbitrio; in nessun caso la fortuna, cioè la buona e la cattiva sorte, svolge un ruolo più decisivo negli affari umani che sul campo di battaglia, e questa ingerenza di ciò che è assolutamente imprevisto non scompare quando la si chiama ‘evento casuale’ e la si trova scientificamente sospetta; né può essere eliminata dalle simulazioni, dagli scenari, dai modelli teorici e simili.

 

Non c’è nessuna certezza in queste cose, neppure la certezza definitiva di una distruzione reciproca in certe calcolate circostanze.

 

Il fatto stesso che coloro che sono impegnati nel perfezionamento dei mezzi di distruzione hanno alla fine raggiunto un livello di sviluppo tecnico per cui il loro scopo, vale a dire la guerra, è sul punto di scomparire del tutto per virtù dei mezzi a disposizione (lo stesso vale per la degradata condizione ecologica, altro simmetrico aspetto della umana violenza), è come un ironico richiamo a questa onnipresente imprevedibilità che incontriamo nel momento in cui ci avviciniamo al regno della violenza.




La ragione principale per cui la guerra c’è ancora non sta né in un segreto desiderio di morte della specie umana, né in un insopprimibile istinto di aggressione, né, infine e più plausibilmente, nei seri pericoli economici e sociali che il disarmo comporta, ma nel semplice fatto che sulla scena politica non è ancora comparso nessun mezzo in grado di sostituire questo arbitro definitivo degli affari internazionali.

 

Chiunque abbia avuto occasione di riflettere sulla storia e sulla politica non può non essere consapevole dell’enorme ruolo che la violenza ha sempre svolto negli affari umani, ed è a prima vista piuttosto sorprendente constatare come la violenza sia stata scelta così di rado per essere oggetto di particolare attenzione. (L’ultima edizione dell’ ‘Enciclopedia delle Scienze Sociali’ non dedica alla violenza neppure una voce.) Questo dimostra fino a che punto la violenza e la sua arbitrarietà siano state date per scontate e quindi trascurate; nessuno mette in discussione o sottopone a verifica ciò che è ovvio per tutti.

 

Coloro che non hanno visto altro che violenza negli affari umani, convinti che questi fossero ‘sempre casuali non seri, non precisi’ (Renan) o che Dio fosse sempre dalla parte dei battaglioni più grandi, non avevano nient’altro da dire né sulla violenza né sulla storia.

 

Chiunque abbia cercato di dare un qualche senso ai fatti del passato è stato quasi portato a vedere la violenza come fenomeno marginale. Che si tratti di Clausewitz, che chiama la guerra ‘la continuazione della politica con altri mezzi’, o di Engels, che definisce la violenza l’acceleratore dello sviluppo economico, l’accento è messo sulla continuità economica e politica, o sulla continuità di un processo che rimane determinato da ciò che ha preceduto l’azione violenta.




Perciò gli studiosi dei rapporti internazionali hanno sostenuto fino a poco tempo fa che ‘era una massima affermata quella che sosteneva che una risoluzione militare in disaccordo con le più profonde origini culturali del potere nazionale non poteva essere stabile’ o che, per usare le parole di Engels, ‘dovunque la struttura di potere di un paese è in contraddizione con il suo sviluppo economico’ è il suo potere politico con i suoi mezzi di violenza che ne uscirà sconfitto.

 

Oggi tutte queste vecchie verità sul rapporto fra guerra e politica e fra violenza e potere sono diventate inapplicabili. La seconda guerra mondiale non è stata seguita dalla pace ma da una guerra fredda e dalla costituzione del complesso militare-industriale-operaio. Parlare della ‘priorità del potenziale dell’industria bellica come della principale forza strutturante di una società’, affermare che i ‘sistemi economici, le filosofie politiche e i corpora juris servono ed estendono il sistema di guerra, e non viceversa’, per concludere che ‘la guerra stessa è il sistema sociale fondamentale, all’interno del quale gli altri modi secondari dell’organizzazione sociale entrano in conflitto o congiurano’, ha un senso molto più plausibile delle formule del diciannovesimo secolo di Engels o di Clausewitz.




Ancora più definitivo di questo semplice capovolgimento proposto dall’anonimo autore del ‘Rapporto dalla Montagna di Ferro’ - invece di essere la guerra ‘un prolungamento della diplomazia’ (o della politica, o del perseguimento di obiettivi economici), è la pace la continuazione della guerra con altri mezzi - è l’effettivo sviluppo delle tecniche militari. Per usare le parole del fisico russo Sacharov,

 

‘una guerra termonucleare non può essere considerata una continuazione della politica con altri mezzi (secondo la formula di Clausewitz). Sarebbe uno strumento di suicidio universale’.

 

Il pathos e l’élan della nuova sinistra (o ugualmente della nuova ‘fratellanza populista’), la loro credibilità, quale che sia, sono strettamente in rapporto con l’incredibile sviluppo suicida delle armi moderne; questa è la prima generazione che cresce all’ombra della bomba atomica. Questi giovani hanno ereditato dalla generazione dei loro genitori l’esperienza di una massiccia ingerenza della violenza criminale nella politica; nelle scuole superiori e nelle università hanno appreso l’esistenza dei campi di concentramento e di sterminio, del genocidio e della tortura, dell’uccisione in massa dei civili in guerra, senza di che le operazioni militari moderne non sono più possibili anche se limitate alle armi convenzionali.




 La loro prima reazione è stata una ripulsa contro ogni forma di violenza, un’adesione quasi spontanea alla politica della non violenza. I grandissimi successi di questo movimento, specialmente nel campo dei diritti civili, sono stati seguiti dal movimento di opposizione alla guerra in Vietnam, che è rimasto un fattore importante nella determinazione del clima politico nel nostro paese. Ma non è un mistero che le cose sono cambiate da allora, che i fautori della non violenza sono sulla difensiva, e sarebbe del tutto futile dire che soltanto gli estremisti stanno passando all’esaltazione della violenza e hanno scoperto - come i contadini algerini di Fanon - che soltanto la violenza paga.

 

I nuovi militanti sono stati denunciati come anarchici, nichilisti, fascisti rossi, nazisti e, in modo senz’altro più appropriato, come ‘luddisti sfasciamacchine’: e gli studenti hanno risposto servendosi di slogan altrettanto privi di significato, come ‘polizia di Stato’ o ‘fascismo latente del tardo capitalismo’ e, in modo senz’altro più appropriato, con quello di ‘società di consumo’.

 

Il loro comportamento è stato fatto dipendere da tutti i tipi di fattori sociali e psicologici - da un’eccessiva permissività nella loro educazione in America e da una reazione a un eccesso di autorità in Germania e Giappone, da una mancanza di libertà nell’Europa orientale e da troppa libertà in Occidente, dalla disastrosa mancanza di posti di lavoro per gli studenti di sociologia in Francia e da una sovrabbondanza di possibilità di carriere in quasi tutti i campi negli Stati Uniti -, tutte cose che appaiono localmente abbastanza plausibili ma che sono chiaramente contraddette dal fatto che la rivolta degli studenti è un fenomeno mondiale.




Un comune denominatore sociale del movimento sembra fuori discussione, ma è anche vero che psicologicamente questa generazione sembra dappertutto caratterizzata dal semplice coraggio, da una sorprendente volontà di agire e da una non meno sorprendente fiducia nella possibilità di cambiamento.

 

Ma queste qualità non sono cause, e se ci si domanda che cosa abbia effettivamente provocato questa evoluzione del tutto inaspettata nelle università di tutto il mondo, sembra assurdo ignorare il più ovvio e forse il più potente dei fattori, per il quale, per giunta, non esistono precedenti né analogie: il semplice fatto che il

 

‘progresso tecnologico’ porta in molti casi direttamente al disastro; cioè che le scienze insegnate e apprese da questa generazione, sembrano non soltanto incapaci di modificare le disastrose conseguenze della propria tecnologia ma hanno anche raggiunto un livello tale di sviluppo per cui ‘non è rimasta neanche una maledetta cosa che uno possa fare che non possa venire trasformata in guerra’.




Certamente, niente è più importante per l’integrità delle università - le quali, per usare le parole del senatore Fulbright, hanno tradito la fiducia del pubblico quando sono diventate dipendenti da progetti di ricerca sponsorizzati dal governo - di un divorzio rigorosamente rispettato dalla ricerca orientata a fini militari e da tutte le iniziative collegate; ma sarebbe ingenuo aspettarsi che questo possa cambiare la natura della scienza moderna od ostacolare lo sforzo bellico, ingenuo sarebbe anche negare che la limitazione derivante potrebbe benissimo portare a un abbassamento degli standard delle università.

 

…In breve, la proliferazione apparentemente irresistibile delle tecniche e delle macchine, lungi dal minacciare soltanto certe classi di disoccupazione, minaccia l'esistenza di intere nazioni, per non dire dell'umanità nel suo complesso.

 

In fondo è piuttosto naturale che la nuova generazione debba vivere con una maggiore consapevolezza della possibilità della fine del mondo rispetto a quelli ‘al di sopra dei trent’anni’, non perché si tratta di gente più giovane ma perché questa è stata la loro prima esperienza decisiva del mondo.

Quelli che per noi sono dei problemi si sono fatti carne e sangue nei giovani.

 

Se a un membro di questa generazione si pongono due semplici domande: ‘Come vorresti che fosse il mondo da qui a cinquant'anni?’ e ‘Come vorresti che fosse la tua vita da qui a cinquant’anni?’, le risposte vengono molto spesso precedute da considerazioni come: ‘Ammesso che ci sia ancora un mondo’, e: ‘Ammesso che io sia ancora vivo’.

 

Per dirla con George Wald, ‘ci troviamo di fronte a una generazione che non è affatto sicura di avere un futuro; poiché il futuro, come afferma Spender, è ‘come una bomba a orologeria sepolta, ma che fa sentire il suo ticchettio nel presente’. Alla domanda che abbiamo sentito tanto spesso: Chi sono coloro che fanno parte di questa generazione?, si è tentati di rispondere: Quelli che sentono il ticchettio. E all’altra domanda: Chi sono quelli che lo ignorano in modo assoluto?, la risposta potrebbe benissimo essere: Quelli che non sanno, o che rifiutano di affrontare le cose come esse realmente sono. 

(H. Arendt)







martedì 25 luglio 2023

IL DIAVOLO L'ISTAT & IL CAPITALE UMANO

 








David Lazzari Presidente Nazionale Ordine Psicologi






Nell’etimologia della parola diavolo c’è il concetto di separazione: è diabolico ciò che impedisce di vedere l’unità delle cose, le relazioni, i collegamenti, gli intrecci, che condanna le persone o le società a non avere una visione d’insieme e quindi a non poter gestire la complessità.

 

Viene da pensare che il nostro Paese sia vittima di questa situazione leggendo il recente rapporto ISTAT sullo stato dell’Italia. L’istituto di statistica sulla base dei dati e delle proiezioni lancia l’allarme sulle prospettive, facendo anche il confronto con gli altri Paesi europei.

 

Una analisi che ha il pregio di collegare e far luce sui rapporti tra il benessere soggettivo delle persone e lo sviluppo economico e sociale, temi che con grande superficialità vengono trattati negli investimenti pubblici e nelle scelte politiche come indipendenti e separati.

 

Ci dice l’ISTAT che un giovane su due (fascia 18-34 anni) versa in condizioni di vulnerabilità rispetto alle aree del benessere, che un giovane su cinque (peggio solo la Romania) non studia e non lavora, che la formazione è un motore che in gran parte gira a vuoto, che i giovani non hanno speranza nel futuro, hanno un tasso di occupazione inferiore di 15 punti rispetto alla media europea, che non fanno più figli (5 milioni di italiani in meno entro il 2050).

 

Il rapporto ISTAT dice chiaramente che uno dei problemi è nei mancati investimenti in Italia sulla promozione del benessere psicologico e indica la necessità di utilizzare una quota dei 200 miliardi del PNRR per investimenti che accompagnino e rafforzino il benessere dei giovani nelle diverse fasi dei percorsi di vita, intervenendo sin dai primi anni.

 

Per mettere le nuove generazioni in condizioni di affrontare positivamente i cambiamenti in atto e per prevenire l’insorgenza di situazioni di disagio, evidenzia l’ISTAT, è necessario garantire a tutti i bambini fin dalla nascita le condizioni per un adeguato livello di sviluppo fisico, cognitivo, emotivo e relazionale. Realizzare questo obiettivo utilizzando i servizi pubblici, la scuola, i contesti comunitari, e garantendo equità di accesso in modo da ridurre l’impatto delle condizioni dei contesti di appartenenza.

 

Lo sviluppo non avviene “a prescindere”, sia quello fisico che quello psicologico, ha bisogno di condizioni adeguate. L’influsso del contesto nell’infanzia e nell’adolescenza ha un ruolo enorme nel condizionare il benessere e le potenzialità future.

 

E cosa è stato fatto sinora in Italia per dare condizioni minime di aiuto allo sviluppo in modo equo? Veramente troppo poco. Basti pensare che l’unica misura pubblica di aiuto psicologico alla popolazione, il bonus psicologico, ha visto la metà delle richieste, 200 mila, concentrate nella fascia sino a 30 anni e solo 19 mila (neanche una su dieci) è stata accolta in base ai fondi disponibili.

 

Siamo un Paese dove l’aiuto psicologico è riservato solo a chi può permetterselo e non c’è nessuna politica di prevenzione ed empowerment nei percorsi di vita: la scuola, i consultori, i servizi sociali, i centri formativi e per il lavoro dovrebbero essere in grado di avere queste competenze e concorrere a questo ruolo per le loro specificità.

 

Le analisi dell’Istat mettono in luce un dato che la politica e le Istituzioni sinora non hanno voluto vedere: il rapporto tra malessere e disagio psicologico, percorsi e scelte di vita (o fughe dalla vita e non scelte), comportamenti positivi e negativi.

 

L’intreccio profondo e trascurato tra benessere psicologico, realizzazione personale e capitale umano del Paese, tra psicologia ed economia. Certo non è l’unico tema, ci mancherebbe, ma è un tema, e sinora troppo sottovalutato e non capito nei suoi reali termini.

 

Come quando si continua a legare gli aspetti psicologici solo alla dimensione salute/malattia e non a quella più globale dello sviluppo umano e della partecipazione delle persone alla vita sociale.

 

Una sfida troppo grande? Esistono tante esperienze internazionali che ci dicono che si può fare molto, e che la spesa in questo campo da dei ritorni economici molto importanti. Se i dati, come ci chiede l’Istat, si vogliono vedere e non ignorare.

 

(David Lazzari & i suoi libri)








sabato 27 maggio 2023

SERVITORI DI DIO (Seconda parte)

 

 


                  

 

       


approfondimenti circa 


talune Riflessioni  &  [8/1]





               

Il saggio Vālmikī avanzò con ponderazione, guardandosi attorno, verso la grande foresta.

 

Nelle vicinanze, vide aggirarsi una deliziosa coppia di gru, che cantavano aggraziate. Mentre le osservava, un cacciatore tribale, nemico degli abitanti del bosco, uccise il maschio. La femmina, vedendolo stramazzare e contorcersi a terra, con il corpo coperto di sangue, si straziava in lamenti.

 

Il saggio aveva un cuore equo, e l’uccisione compiuta dal cacciatore lo mosse a pietà.

 

Pieno di compassione, pensò che quell’atto fosse profondamente ingiusto.




 Mentre la femmina non cessava di gemere, egli pronunciò queste parole:

 

‘Hai ucciso uno dei due uccelli nel momento in cui era in preda alla passione. Per questo, cacciatore del malo augurio, il tuo ricordo sarà dannato in eterno’.

 

Poi rifletté a lungo e si chiese tra sé:

 

‘Che frase ho mai detto, quando ero così scosso per l’uccello?’.




Dopo avere rigirato ancora nel cuore le proprie parole, il saggio perfetto giunse a comprendere. Da dotto qual era, disse al discepolo che lo accompagnava:

 

‘Il mio dire è nato mentre ero sopraffatto dal dolore [śoka]. Ha ritmo e metro ed è disposto in ordine armonioso. Questo e nient’altro sarà il verso in poesia [śloka]’.

 

Mentre pronunciava queste parole supreme, il suo allievo le mandava a memoria, così che egli ne fu lieto.




Compì il proprio bagno rituale e prese la via del ritorno, continuando a pensare a quanto era successo. Bharadvāja, l’umile e dotto discepolo, gli camminava dietro, dopo aver riempito il bacile dell’acqua lustrale.

 

Solitudine, concentrazione, controllo di sé.

 

Protagonista di questo incontro-rivelazione è Vālmikī, l’autore del Rāmāyaa, grande capolavoro dell’epica indiana. Quando prende l’avvio il racconto, Vālmikī è già un celebre asceta, ma non ha ancora scoperto la propria più profonda vocazione.




 Lo seguiamo mentre scende al fiume Tamsa, un affluente del Gange, dalle acque limpide, incontaminate.

 

È una scena di pace e di raccoglimento, allietata, o forse dovremmo dire interrotta, dall’apparire di un paio di gru in amore.

 

Un’interruzione gradevole, certo, ma anche l’irrompere della passione e della gioia di vivere nel mondo mentale e trattenuto del perfetto brahmano.

 

Il canto degli uccelli risuona per un attimo.




Prima che possa capirne la causa, Vālmikī vede il maschio stramazzare, contorcersi nello spasmo della morte. Accanto a lui, la compagna si strugge e si lamenta. Non c’è rimedio alla morte, e non c’è scusa per chi l’ha arrecata. Vālmikī ha la giustizia nel cuore.

 

Porta in sé il dharma, come s’esprime qui il sanscrito (dharmātmāna).

 

La legge cosmica, fatta di compassione e di emozione, è incisa nel suo animo, profonda, incancellabile. È una norma di equilibrio, che a volte può però sfociare nell’ira, nel disequilibrio.

 

Non c’è equanimità senza moto, e non c’è movimento senza squilibrio.




Vālmikī s’infiamma, maledice.

 

Il cacciatore colpevole sia dannato, per sempre, il suo nome sia ricordato in abominio!

 

Vālmikī la sente, questa condanna, la vuole, la dice. E come emette il suono della maledizione, le sue parole diventano realtà, si cristallizzano in un fato immutabile.

 

È un’unica, breve frase, una delle più celebri della poesia indiana. Anzi, è il modello di ogni successivo comporre in versi. Armoniosa, ritmata, è un’invettiva-manifesto.

 

Ed è anche una profonda, inaspettata preveggenza.




Sotto il peso dell’emozione, grazie a un incontro casuale e fatale, Vālmikī intuisce quello che lo aspetta.

 

Il suo futuro è la poesia.

 

La sua non sarà una lirica di versi politi, abili, misurati. Il suo canto avrà la verità della grande arte, una verità fatta di passione e di condivisione. Il suo poema non esiste ancora, ma il primo verso, che ha pronunciato mentre era in preda del rammarico e dell’indignazione, vale come cifra stilistica di tutto il componimento.




La premonizione di Vālmikī costruisce e anticipa una millenaria storia letteraria indiana.

 

È nata nel folto della Foresta, presso un fiume cristallino.

 

È nata senza che nessuno la volesse o l’avesse preparata.

 

È nata dal sangue, dalla morte, dal lutto.

 

Lo specchio a cui si affaccia il divinante?




 È il suo animo turbato, in subbuglio. La vittima sacrificale, che prepara il vaticinio, è un povero maschio di gru, il cui amore si trasforma in supplizio.

 

Le tracce del futuro?

 

Sono i rantoli della vittima.

 

E l’officiante del sacrificio?




È un malaugurato cacciatore, distruttore della legge, portatore dell’adharma, dell’ingiustizia cosmica – adharmo ayam iti, ‘[Vālmikī] pensò che quell’atto fosse profondamente ingiusto’.

 

Vālmikī si stupisce e si confonde. Come ha potuto perdere il controllo di sé e prorompere in una simile invettiva, lui che è abituato a misurare ogni desiderio, ogni passione?

 

Non gli ci vuole molto per comprendere.

 

Il Vālmikī asceta sta per trasformarsi nell’autore del Rāmayāa. Il tempo della ponderazione è finito. Inizia il tempo della poesia, in cui può essere vero solo ciò che è stato vissuto e patito.

 



 

 


 

sabato 20 maggio 2023

IL NOSTRO "PANORAMA", ovvero, negli stessi anni e decenni e come 'evoluto'

 








Approfondimenti circa...


 lo Straniero


Smemorato






Come sappiamo, fu Benedetto Croce a proporre in un’affollata assemblea a Firenze (1908) di approvare per acclamazione la petizione che chiedeva ‘la suprema sanzione del Senato del Regno’ alla legge ‘Per l’Antichità e le Belle Arti’, già approvata alla Camera in un testo che conteneva ancora gli articoli sulla tutela del paesaggio e sull’‘azione popolare’, ma ferma al Senato, che l’avrebbe poi passata cassando quei due articoli. Senatore dal 1910 e ministro della Pubblica Istruzione nell’ultimo governo Giolitti (giugno 1920 - luglio 1921), Croce avrebbe poi varato la prima legge italiana per la tutela del paesaggio.

 

La tutela del paesaggio in Italia (un Paese in cui l’industrializzazione procedeva allora con ritmo assai più lento che nell’Europa del Nord) fu dunque storicamente più recente di quella del patrimonio artistico, ma si innesta sul medesimo tessuto etico, giuridico, civile e politico, si arrivò infatti con un percorso che intreccia strettamente ‘bellezze naturali’ ed emergenze monumentali. Lo mostra bene un battagliero articolo di Corrado Ricci su ‘Emporium’ del 1905, che metteva insieme tre vicende di quegli anni: il tentativo di aprire una nuova porta nelle mura di Lucca (che fu allora battuto da una vasta campagna di opinione, a cui parteciparono Carducci, Pascoli e D’Annunzio, ma anche Giovanni Rosadi sul ‘Marzocco’), e le minacciate distruzioni della cascata delle Marmore e della pineta di Ravenna.




 Da quella congiuntura nacque la legge 411 del 1905 ‘Per la conservazione della Pineta di Ravenna’, prima legge paesaggistica d’Italia, che fondava la necessità della tutela sulla storia del sito e sulle sue memorie, da Odoacre e Teodorico alla ‘divina foresta spessa e viva’ di Dante, a Dryden, a Byron, a Garibaldi.

 

L’ambito di applicazione era limitato, ma non impedì al ministro Rava (che sulla pineta aveva già scritto sulla Nuova Antologia del 1897) di trarne conclusioni di carattere assai più generali.

 

‘Il culto delle civili ricordanze’, disse presentando la legge alla Camera, merita di incarnarsi non solo in monumenti e opere d’arte, ma va esteso ‘ai monti, alle acque, alle foreste, a tutte quelle parti del patrio suolo, che lunghe tradizioni associarono agli atteggiamenti morali e alle vicende politiche di un grande Paese’. Troppo (rispetto alla lettera di quella legge, limitata a Ravenna), e troppo poco (rispetto alle ambizioni e ai progetti): perciò la Camera, dopo averla approvata, votò l’auspicio per ‘un disegno di legge per la conservazione delle bellezze naturali che si connettono alla letteratura, all’arte, alla storia d’Italia’.




Anche quando il Senato, soppresse la tutela del paesaggio dalla legge Rava del 1909, si ricorse all’artifizio parlamentare di approvare un ordine del giorno senza la minima conseguenza pratica. Riprendendo in parte il linguaggio del 1905, esso impegnava il governo a presentare un disegno di legge ‘per la tutela e la conservazione delle ville, dei giardini e delle altre proprietà fondiarie che si connettono alla storia o alla letteratura o che importano una ragione di pubblico interesse a causa della loro singolare bellezza’. In questo testo brevissimo, il termine ‘paesaggio’ è evitato, e la dizione ‘altre proprietà fondiarie’ indica di dove venissero le resistenze a includere il paesaggio fra i beni da tutelare. Almeno in Senato, ogni limitazione della piena proprietà privata era ancora impraticabile sul piano legislativo, e non per una contrapposizione tra Destra e Sinistra, bensì per le spaccature all’interno del mondo liberale, dove anche l’alta aristocrazia presente sui banchi del Senato si divise fra i difensori a oltranza dei diritti di edificazione (i principi Colonna e Odescalchi) e i fautori della tutela (il principe Corsini).




Sorgevano intanto anche in Italia associazioni variamente protezionistiche, dal Touring Club (1894) all’Associazione nazionale per i paesaggi e i monumenti pittoreschi d’Italia (1906), alla Lega nazionale per la protezione dei monumenti naturali (1914), ai movimenti locali come quelli ‘Per Bologna storica e artistica’ o ‘Per la difesa di Firenze antica’, ai movimenti d’opinione suscitati da cittadini e intellettuali intorno a singoli temi di alto valore emblematico, per esempio per la difesa di Villa Borghese minacciata da progetti edilizi (1906: di esso fece parte, con molti altri da Alessandro D’Ancona a Grazia Deledda, anche Benedetto Croce).

 

Per merito soprattutto di Corrado Ricci, si sviluppava intanto un vasto dibattito sui giornali, specialmente ‘Il Giornale d’Italia’ e il ‘Corriere della Sera’, con duratura influenza sull’opinione pubblica. Sul fronte opposto, proseguivano le resistenze in nome dello ius utendi et abutendi del privato proprietario. Si negava, per esempio, che fra ‘le cose immobili che abbiano interesse storico o artistico’ protette dalla legge del 1909 vi fossero anche ville e giardini: a chiarirlo fu necessaria un’apposita legge (688/1912), voluta da Corrado Ricci, che, integrando l’art. 1 della legge del 1909, estese espressamente l’ambito della tutela anche ‘alle ville, ai parchi e ai giardini che abbiano interesse storico o artistico’.




Solo così poteva essere arrestata, lo affermò il ministro Luigi Credaro nella relazione introduttiva, ‘la corsa affannosa alla speculazione, il desiderio di dare alle proprie sostanze il più utile e redditizio impiego …la spinta del sempre crescente urbanismo a trasformare in terreni fabbricabili le aree occupate da parchi e da giardini… gloria del nostro Paese, documento della genialità e della magnificenza dei nostri padri’.

 

Ma Giovanni Rosadi non aveva rinunciato alla battaglia per la tutela del paesaggio, e già il 14 maggio 1910, meno di un anno dopo l’approvazione della legge di tutela da cui il Senato aveva cancellato l’articolo relativo, presentò una nuova proposta di legge (poi discussa alla Camera il 5 luglio 1911) tesa a tutelare ‘i paesaggi, le foreste, i parchi, i giardini, le acque, le ville e tutti quei luoghi che hanno un notevole interesse pubblico a causa della loro bellezza naturale o della loro particolare relazione con la storia e con la letteratura’, e che perciò ‘non possono essere distrutti né alterati senza autorizzazione del Ministero della Pubblica Istruzione’; per garantirlo, erano previsti vincoli del tutto analoghi a quelli previsti dalla legge del 1909 per i monumenti e gli oggetti d’arte.




Nella relazione introduttiva, Rosadi additava come esempio quanto era avvenuto ‘in America, nell’utilitaria America’, che aveva creato l’enorme Parco nazionale di Yellowstone, ma anche in vari Paesi europei, specialmente in Francia. Quindi, con movimento per quel tempo non ovvio, Rosadi connetteva paesaggio e ambiente: ‘come si eccitano e diffondono precetti di igiene, di decenza, di quiete e di riposo, così non è forse eccesso di persecuzione legislativa imporre obblighi di rispetto alla bellezza che non si crea [cioè ai paesaggi naturali], particolarmente in Italia!’.

 

Il disegno di legge Rosadi accentuò l’attenzione al tema di intellettuali e politici. Nelle discussioni di quegli anni, vediamo all’opera anche in Italia gli stessi ‘due cuori’ del problema che abbiamo indicato per altri Paesi europei: da un lato il perimetro delle cose da tutelare, dall’altro il rapporto fra pubblico interesse e proprietà privata.




Si cercava assiduamente una formulazione coerente e funzionale delle norme, ma scontrandosi a ogni passo con la difficoltà di circoscrivere l’oggetto della tutela e di trovare per essa un solido fondamento giuridico. Come definire le ‘bellezze naturali’, come distinguerle o ritagliarle dalle ‘proprietà fondiarie’?

 

Fin dove può giungere in questo caso il ‘pubblico interesse’, fin dove può agire da limite ai diritti dei proprietari?

 

Chi dovrebbe sancire la ‘singolare bellezza’ delle aree soggette a tutela, o certificarne il riferimento alla storia o alla letteratura?




Il riferimento a discussioni e provvedimenti delle principali nazioni straniere s’intreccia inoltre strettamente in Italia con un altro tema centrale (specialmente dopo la legge del 1909): il rapporto fra tutela dei paesaggi e tutela delle cose e dei monumenti d’arte. Era quello un intreccio necessario e naturale, in Italia più che altrove. Necessario, perché il nesso organico fra i due versanti della tutela (paesaggio e patrimonio storico-artistico) era già presente nella proposta di legge del 1909, e ne fu eliminato solo per la pervicace opposizione del Senato: non solo la tenacia di Rosadi, ma le ragioni della politica e della tecnica parlamentare tendevano dunque a inserire i paesaggi negli stessi dispositivi giuridici di una legge già operante, assimilando il paesaggio alle ‘antichità e belle arti’. Naturale, per quella intima integrazione di paesaggio e segni dell’uomo – della ‘prima’ e della ‘seconda natura’, se vogliamo dirlo con Goethe, che è il più vistoso segnale della specificità italiana.



Il dibattito che si svolse fra la legge sulle antichità e le belle arti del 1909 e la legge sul paesaggio del 1920-22 è troppo complesso e articolato per tentarne qui anche solo un sommario rendiconto, che peraltro si può trovare nel libro già citato di Luigi Piccioni.

 

Scelgo tuttavia due voci, che meglio si prestano a mettere a fuoco alcuni punti rilevanti.

 

Sono due nomi oggi dimenticati dai più, ma che ebbero allora la lucidità di guardare alla proposta Rosadi con sguardo simpatetico ma critico. Dei due, uno (Luigi Parpagliolo) era un alto funzionario ministeriale, e contribuì al dibattito dall’interno delle istituzioni (sarà anche membro della Commissione ministeriale che scrisse la legge Croce); l’altro (Nicola Falcone) è un completo outsider, un giovane giurista abruzzese, di cui si sa pochissimo, che su questi temi scrisse un libro assai originale,

 

“Il paesaggio italico e la sua difesa”.

 

Studio giuridico-estetico (1914), e morì poi sul fronte nel 1916.




 Tanto più interessante è la sua acuta consapevolezza di alcuni temi di fondo che molti in quegli anni tendevano a eludere. Come vuole il sottotitolo, le ragioni per salvaguardare le ‘armonie viventi’ del paesaggio a beneficio delle generazioni future sono per lui estetiche e storiche (ma anche etiche), e però richiedono adeguati fondamenti e strumentazione giuridica. Perciò egli ricorda i movimenti e le norme di difesa del paesaggio in vari Paesi anche fuori d’Europa, additando a modello la legge francese del 1906.

 

Falcone aveva pubblicato l’anno prima una raccolta di norme di tutela delle antichità e belle arti dal diritto romano ad oggi; ed è con quell’esperienza in mente che egli affronta il tema della proprietà privata, principale ostacolo alla tutela del paesaggio. Totale e illimitato negli antichi assolutismi, egli argomenta, il diritto di proprietà venne profondamente modificato quando la consapevolezza dei diritti dell’uomo cambiò i termini del patto sociale: da allora, lo Stato mutò forma diventando ‘l’esponente del pubblico interesse, l’interprete della volontà collettiva ed il prodotto della legge di sociale convivenza’; in questo quadro, la proprietà privata incontra un necessario limite nel principio del pubblico bene e della cooperazione fra i cittadini.




 In questo limite e nel suo fondamento giuridico è il presupposto essenziale per la tutela del paesaggio. Ma la proposta Rosadi non pare a lui sufficiente, non solo perché andrebbe estesa ad altri aspetti (flora e fauna, regime delle acque), ma soprattutto perché la formula ‘notevole interesse’ è ambigua e restrittiva, e si presta a contestazioni d’ogni genere: assai meglio sarebbe stato parlare di ‘interesse pubblico’ o ‘interesse generale’. Insomma, quel disegno di legge (che nel momento in cui Falcone scriveva non era stato ancora discusso dalla Camera) era insufficiente a salvare i paesaggi sempre più minacciati dalle ‘caliginose e polverose città industriali … da grette speculazioni, da incuria o da pervertito criterio d’arte’.

 

Luigi Parpagliolo intervenne più volte sul tema: dopo l’intervento già ricordato sul ‘Fanfulla’ del 1905, a lui si devono influenti articoli sulla ‘Nuova Antologia’ del 1911 e del 1913, ma anche un’ampia raccolta di norme e di precedenti giuridici simile a quella pubblicata da Falcone lo stesso anno (1913), che forse non a caso è lo stesso del Regolamento applicativo della legge del 1909: la nuova attività legislativa e la raccolta di leggi e disposizioni anteriori si legano in quegli anni in modo assai stretto.




Parpagliolo definisce il paesaggio secondo i principi della legge francese del 1906:

 

‘una parte di territorio i cui diversi elementi costituiscono un insieme pittoresco od estetico a causa della disposizione delle linee, delle forme e dei colori’. Anche altri concetti complementari (‘sito’, ‘sito pittoresco’, ‘monumenti naturali’, ‘bellezze naturali’) sono modellati sulla Francia, ma Parpagliolo propone di estendere, specificare e precisare gli ambiti di tutela: non solo i paesaggi e le bellezze naturali, ma anche ‘l’aspetto delle città storiche, gli spazi liberi che circondano le grandi città’, e inoltre elementi dell’ambiente e della tradizione popolare; anche per lui, insomma, l’ambito del disegno di legge Rosadi andrebbe ulteriormente esteso.


[PROSEGUE CON IL CAPITOLO COMPLETO]